Ep. 3 – Un lavoro come un altro

Sale questo tizio un po’ yé yé, il classico milanese che siamo abituati a prendere in giro, con la giacca chiara alla moda, i pantaloni di tweed aderenti, le scarpe lucidate e il telefono all’orecchio; solo che non ha l’accento milanese ma un’inflessione diversa, centromeridionale, non capisco da dove viene. Mi dice di andare all’ospedale Galeazzi, io parto. C’è il sole ed è una bella giornata, anche se fa freschino, e questo è il mio ultimo giro, oggi. Probabile che finito il turno vado a farmi un tuffo in piscina, perché finisco presto e la piscina a quest’ora è vuota, a meno che non ci sia un corso di bambini e in quel caso lo senti da fuori e non parcheggi neanche la macchina.
Il tizio parla con qualcuno al telefono, prima di luci, che se vuole montare quelle che ha visto in negozio gli manda l’uomo, Valerio, che gli fa il lavoro anche il sabato o la domenica. Si mette a fare i conti, poi, di quanto dura secondo i produttori quel tipo di luci. Trecentomila ore di luce, che se le dividi per ventiquattro, poi le moltiplichi per otto – ma mica le tieni accese  tutte quelle ore – e degli altri conti che mi sono perso. A me quei conti non mi tornano, ma chissenefrega. Forse vende luci, ma si vede che è un improvvisato.
Poi cambia registro e chiede quand’è il funerale del bambino, e lì mi viene la tristezza, mi unisco al dolore. Aveva, dice, dieci anni e la mamma gli ha raccontato che era malato da sempre e potrà donare solo gli occhi perché tutti gli altri organi sono compromessi. Poi dice che nonostante tutto la mamma è felice che abbia smesso di soffrire, e che almeno un bambino vedrà grazie a lui. Io penso che non è solo grazie al figlio della signora che potrà vedere, ma anche grazie a un’équipe di medici specializzati che glieli trapianterà, ai decenni di ricerca, alle persone oneste che pagano le tasse. Penso questo, ma me lo tengo per me. Non voglio interferire con il loro dolore.
Poi, un’altra telefonata. Lo spazio c’è, dice, e il giardino è di 50 metri quadri, non è ampio ma è luminoso e glielo farà vedere lunedì.

Oggi c’è l’anticipo di campionato, ma è ancora presto per quel traffico, quindi prendo tranquillo la circonvallazione da piazzale Lotto dove il traffico c’è ma è regolare.
Il tizio sta ancora parlando al telefono. Adesso chiede a che ora deve tumulare, aggiunge che non c’è problema, che le pratiche le vedono loro. Poi parla di riesumazioni, dice che sono il lunedì. A pensarci bene è il giorno più adatto, se dev’esserci un giorno adatto non può certo essere il sabato, fin troppo ovvio. Comunque a quel punto mi accorgo di essermi sbagliato. Questo non vende luci. Questo è un beccamorto.
Non ne avevo mai visto uno fuori dall’ufficio, inteso come fuori servizio, e sono un po’ deluso, non mi sembra niente di particolare. So che è stupido, ma me li aspettavo alti e magri o bassi e tozzi, mi aspettavo che si vestissero di nero, che avessero profonde occhiaie e le coprissero con gli occhiali da sole, e che portassero cappelli e cappotti lunghi o impermeabili, anche col bel tempo. Niente di tutto questo.
Ora, non ho niente contro i becchini, è un lavoro come un altro e ogni lavoro, se onesto, ha la sua dignità. Ma sentire i discorsi di questo qui adesso mi agita. È tutto un morto. Non mi dà fastidio il suo tono, sono le cose che dice. Quella roba di tirar fuori i morti dalle tombe per bruciarli e metterli in un cassettino a me mi fa venire la pelle d’oca.
«Dove li mettono?» chiede il tizio, sta zitto un attimo e poi: «A terra, nella tomba di famiglia? Ma va’, per la concessione ci penso io, passa da me domani. Avvertimi prima però, che magari sono fuori».
Un lavoro come un altro, ve l’ho detto. Come un fruttivendolo, sempre a trafficare con le casse.

Ora, lo so, mi darete del retrogrado, ignorante, medievale e arcaico superstizioso; ma, cazzo, a me se un beccamorto mi sale sulla macchina io devo toccare ferro, per essere gentile. Allora mi infilo una mano in tasca e il tizio, preso com’è a ordinare i morti, non mi vede neanche. Però va avanti a parlare in quella maniera e di quelle cose e verso Bovisa mi sale il caldo alla faccia e non ce la faccio più, tutto ha un limite.
«Senta», gli dico in modo gentile, ho un sorriso di circostanza addosso che sembro uno di quei telefilm americani. «Glielo dico, perché in fondo qui siamo a casa mia».
«Mi dica», fa lui un po’ stupito appoggiando il telefono sul sedile.
«Può smetterla di parlare di morti?» chiedo educatamente. «Non mi piace che continua a parlare di morti. È tutto un morto, tumulazioni, donazioni di occhi, riesumazioni. A me mi fa venire tristezza. Poi è anche lunedì, è una giornata difficile, ho quasi finito il turno e me ne torno a casa tra poco, le partite e tutto il resto. Non ho mica voglia di sentire dei suoi morti, abbia pazienza».
L’uomo fa un sorriso, ma non dice niente. In cinque minuti siamo al Galeazzi, e lui non ha più aperto bocca. Alla fine, al momento di pagare, mi dà la carta. La passo e mi saluta, ma prima di uscire mi fa, sorridente:
«Le lascio il mio biglietto da visita» e me lo porge.
Io, immaginerete, gli sgrano gli occhi addosso ed è istantaneo che la mia mano vada ai coglioni. È inevitabile, no? Vorrei vedere voi al mio posto.
Lui scoppia a ridere: «Non è quello delle pompe funebri, la mia famiglia ha anche un’impresa immobiliare, lo tenga. Magari sente di qualcuno che ha bisogno di un appartamento».
Io guardo il biglietto: è vero ‘Pompeo Immobiliare’. Rido anch’io e glielo ridò.
«No grazie», dico. Figurati se prendo casa da uno che aspetta solo che crepi per farmi il funerale. Metto la prima e mi avvio verso casa ma, bambini o no, non mi va più di andare in piscina. Mi è passata la voglia.
 

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