Ep. 4 – Manca qualcosa

Mi fermo al Bar Giardino per un caffè e sono solo al bancone. Certo, direte voi, se sei al bar per un caffè vuol dire che minimo minimo sono le sei della mattina, e la gente, a quest’ora, è a casa che dorme.
Vi sbagliate.
C’è un po’ di gente, di solito, qui da Giulio, perché le brioche sono buone, perché Giulio è simpatico e perché a quest’ora è uno dei pochi bar in cui c’è gente. C’è la Guendalina, per esempio, una vecchia avvinazzata che sta sempre davanti alle macchinette. La Guenda, così la chiamiamo qui, è la vecchia del bar, e sarebbe suo se non fosse del proprietario. Cioè, a dirla tutta, era di suo marito Germano. Quando lui è morto di leucemia, più di dieci anni fa, lei ha venduto il bar a Giulio e adesso, con i suoi sguardi, i suoi gesti stizziti, quel picchiettare continuo sui tasti, ne rivendica la proprietà. Almeno quella affettiva. Lei non ha la televisione a casa, mai avuta, e se si stacca dalle macchinette è solo per ordinare un altro bicchiere o vedere la partita. Quando è il momento, Giulio improvvisa uno schermo sul muro proiettandoci sopra le partite di Sky Sport, ed è allora che il bar si riempie e la gente si trasforma in guerrieri da partita. Ci basta sederci, una birra e qualche patatina, e appena sentito il fischio dell’arbitro diventiamo orde barbariche assetate di sangue. Finita la partita, sbolliti gli spiriti, tutti amici e tutti a casa; ma durante, è meglio non passare da quelle parti. La Guenda è appassionata di calcio, tutte le partite le vede lì e si anima solo con un gol dell’Inter o un poker alla macchinetta. Ma non mi va di parlare con lei di calcio. Non perché è interista, ma perché su certi temi diventa subito scontrosa, e vi conviene darle sempre ragione, anche se non capite quello che dice (perché, ve lo dico io, non sempre lo capite). Da quando gli è morto il marito la Guenda ha vissuto di vino e di calcio, e della pensione di lui, pace all’anima sua. Mai fatto un cazzo, quella donna, o almeno niente che qualcuno sia in grado di ricordare. È capace di starci per ore, davanti a quella macchinetta del poker. Infila monete, preme pulsanti e fa fuori bottiglie di bianco. A pranzo, gli occhi vitrei e il tramezzino in mano; la mattina, la brioche che le rimane intonsa fino alle dieci e che poi trangugia senza neanche capire se è alla marmellata o alla merda di vacca. La Guenda è una tipa strana, questo sì, ma qui al bar siamo tutti un po’ strani, e ognuno a modo suo tutti le vogliamo bene: se qualcuno alzasse la voce con lei, qua dentro, scatenerebbe una sommossa. E stamattina neanche lei la sento bestemmiare. Il bar è davvero deserto. È dall’assenza della Guendalina che si capisce che nell’aria qualcosa non va.
Così saluto Giulio e inizio il turno. Non ci siamo scambiati neanche un vaffanculo oggi, nessuna ragazza su cui condividere apprezzamenti, non ci ha sfiorato nemmeno l’idea di una scommessa. Oggi non c’è lo spirito. Ed è un po’ che non c’è, qualche settimana, da quando cioè quel virus di merda ha messo piede in Italia e ha iniziato a girare. Ora, io quella cosa che ha viaggiato nella valigetta di un manager su un aereo di prima classe non è che l’abbia afferrata tanto bene, però meno male che non l’ha portata uno di quelli che arrivano sui barconi. Ho idea che ne sopportino già tante, che almeno non gli tocchi anche la colpa di aver diffuso il virus.
Uscito dal bar vedo un tale che sta aspettando davanti alla mia macchina, quando si dice aver fretta. Lo raggiungo e lo faccio salire.

Si accomoda sul sedile posteriore, con fare misurato, rispettoso, chiude adagio la porta e parla piano piano, che per sentirlo devo farci proprio attenzione. Va in Capecelatro, una vietta che conosco bene perché è vicina allo stadio e la faccio sempre a piedi. Per la partita lascio la macchina nel mio posto segreto; lì non la mette nessuno e non c’è nemmeno da pagare. Neanche morto vi dico dov’è.
Paolo, al contrario di me, è un ometto gentile, sulla sessantina, che sorride spesso.
«Lei è un eroe», gli dico. «Senza mascherina».
«Neanche lei ce l’ha», fa lui pronto.
Io sorrido e mi vanto con me stesso del mio coraggio e della mia tempra. «Uomini come noi, si è perso lo stampo».
Lui ride. «Ha della musica?»
Io stringo gli occhi e raggrinzisco la pelle della faccia a tal punto che l’ometto di certo ha creduto che gli sorridessi. Stavo solo allungandomi ad accendere la radio. I Queen. Io non li sopporto i Queen. Anzi, vi dirò di più. Uno dei miei pensieri ricorrenti è che se esiste un universo parallelo in cui non esistono né i Queen, né David Bowie, vorrei tanto trasferirmici. Cambio canale. David Bowie, fanculo. Cambio ancora, e una musica allegra viene fuori dagli altoparlanti. Paolo mi dice che gli piace, il jazz, e io lascio qui. A me il jazz mi fa cagare. Se lo ascolto per dieci minuti di fila mi viene voglia di sparare in mezzo agli occhi a tutti i musicisti, ai loro parenti e anche a qualche passante. Ma devo ammettere che questa non mi dispiace. È allegra, scanzonata, persino tollerabile. Chi l’avrebbe detto che avrei ascoltato con piacere musica jazz. Ma sarà davvero jazz? Son mica sicuro.

Sono curioso di sapere che cos’ha da sorridere tanto. Certo, chiederglielo non è granché educato, ma chi ha detto che bisogna esserlo? Ho una collega che parla al telefono col fidanzato con il cliente a bordo. Voglio dire, niente di estremo, ma secondo me uno che paga come un monolocale arredato in centro a Milano per fare un chilometro con il tuo taxi non gli devi telefonare davanti, guidare con una mano sola e farti i cazzi tuoi. A proposito, è vero che costiamo tanto, ma è anche vero che rischiamo il culo ogni momento. Quindi, per tornare a noi, se gli chiedo perché continua a sorridere non credo di essere poi tanto maleducato.
«Paolo», ci provo così, «ha un bel sorriso stampato in faccia. Di questi tempi non è da tutti».
Lui abbocca.
«Ah, sono felice. Sto andando allo stadio.»
«Ma», cerco le parole, «a parte che sarebbe in anticipo di un bel po’ di ore, guardi che non la vede mica la partita. Giocano a porte chiuse, sa. Con il virus non fanno mica entrare. Evitano gli assembramenti e via dicendo».
Lui prende un respiro così profondo che sembra un Rowenta senza fili. «Non mi interessa proprio».
Dev’essere tocco. «Scusi?»
«Non mi interessa, ci vado lo stesso. Mi basta sentire da fuori il fischietto dell’arbitro, il suono secco delle pedate al pallone, lo stampo del legno dei pali, gli urli dei giocatori».
«Si accontenta di poco» ridacchio io. «E per quella manciata di ore che deve aspettare, come la mettiamo?»
Lui sorride. «Se vedesse come vivo».
«E com’è che vive?» gli chiedo.
Mi racconta che è in quarantena e vedendomi massaggiare all’interno della tasca dei pantaloni aggiunge di non preoccuparmi, che l’hanno messo in quarantena perché sua moglie – sanissima, lei, eh! – è stata nella zona rossa 15 giorni fa. E questo fa di lei un’appestata e di lui un untore. «Casalpusterlengo. Era andata a casa di amici».
Casalpusterlengo, ci penso un attimo. Questo posto ha un nome buffissimo, pensate che lo uso da sempre per fare divertire certi clienti facoltosi che, dopo avermi sciorinato i loro progetti di vacanze in isole incantate dei Caraibi incontaminati che non potrò neanche sognare mai nella vita, mi chiedono: e lei? Io guardo nel vuoto, come Clint Eastwood, e se avessi un sigaro in bocca sbufferei fumo: ‘Casalpusterlengo’, dico. La gente sorride, di solito. Provateci. Mai messo piede lì, comunque.
«Quindi è scappato?» gli chiedo.
«Si può dire così. Isolamento domiciliare, per ordinanza regionale. Dovevo starmene 14 giorni recluso in casa. Ne sono passati 12. Non ce la facevo più. Me ne mancano due ma per la miseria non ce la faccio più.»
E qual è il problema? mi dico. Vorrei tanto starci io 14 giorni a casa, ma a me nessuno mi paga l’affitto.

Ma lo posso capire, in fondo. È un pensionato, con la routine che si sarà costruito giorno per giorno, da anni, e di cui immagino faccia parte il giretto al parco, il giornale e il cappuccino al bar. E la routine serve per stare sereni, per non pensare a cosa fare, come me, che vado da Giulio tutte le mattine alle sei in punto. Mi calma, so che ci passo e sono tranquillo. Così dev’essere per lui. Adesso che non può fare il suo giretto, la sua vita, i suoi schemi, tutto è andato in confusione.
«Il problema all’inizio era stare con mia moglie», mi fa.
Mi racconta che sua moglie ha venti anni meno di lui, e lavora ancora. E adesso, costretta a casa. Con lui. Un fattaccio. Io se mi lasciavano chiuso in casa per giorni con la mia ex moglie ci facevamo fuori. Rimaneva vivo chi uccideva l’altro per primo.
«Era?», gli chiedo. «E poi?»
Il suo sorriso riprende a brillare. «Abbiamo litigato, ci siamo scornati. I nostri spazi e tutto il resto. Poi abbiamo capito che ci dovevamo stare, era così che andava fatto. Dovevamo convivere 24 ore al giorno, per la prima volta nella nostra vita, che non fosse una vacanza o un weekend, che lì, si sa, son tutti buoni a convivere. Ci siamo confrontati. Sforzandoci all’inizio, poi è venuto naturale. Visto che tanto insieme dovevamo stare, abbiamo iniziato a fare le cose insieme. Io aiutavo lei, e lei me.
«Per esempio?» gli chiedo con una gran voglia di accendermi una sigaretta.
«In questo periodo stava sistemando la casa che le ha lasciato sua madre perché vuole metterla in affitto. Ecco. Insieme abbiamo scelto gli arredamenti su internet, le decorazioni, abbiamo guardato e discusso i dettagli legali e tecnici. Alla fine (cercava dei quadri per decorare la casa) ‘perché non li disegni tu’, le ho chiesto, ‘adesso che hai tempo’? Io insegnavo storia dell’arte all’università Cattolica, e lei ha sempre mostrato interesse per la mia materia. Per il mio lavoro. Nel corso della nostra storia aveva fatto numerosi tentativi di disegnare, ma senza fortuna. La sera iniziava, poi lasciava lì, esausta. Non se la cavava male. E adesso, costretta a casa in quarantena, aveva tempo. ‘Falli tu’ le ho detto. E lei ha iniziato, con me vicino, a disegnare, a dipingere quei quadri. Una creatività repressa per anni. Passavo ore a guardarla, a spiegarle quello che mi chiedeva. E ci crede…» Ho incontrato i suoi occhi nel retrovisore che luccicavano commossi. «Ci crede, che in diciott’anni anni che siamo insieme, non l’ho mai sentita così vicina? Ci crede che era scoprirla, scoprirci l’un l’altra, per la prima volta? E non mi importava di rimanere sveglio fino a tardi, di sporcarmi per terra sul pavimento freddo, di saltare la routine: eravamo insieme e… era come di nuovo innamorarsi di lei, ogni giorno di più. E lo sentiva che per la prima volta le ero davvero vicino, con lei, per lei. Me lo faceva capire, me lo restituiva. Con le piccole cose di ogni giorno. Lunedì mi ha fatto certi manicaretti, ad esempio. Da leccarsi i baffi!».

E poi, direte voi? Cos’è successo?
Amici, chi lo sa. Chissà perché a questo punto, sentendomi in tale confidenza con il vecchio professore da sembrarmi un amico di quelli del bar, che parlava sì un po’ meglio di loro ma che diceva alla fine le stesse cose con il cuore, chissà perché dicevo, me ne sono uscito con quella domanda che ha rovinato tutto.
«Avete fatto l’amore?»
Lui è rimasto zitto. Mi è arrivato come un pugno nello stomaco, il suo sguardo. Non era cattivo, non era astioso nei miei confronti, non era contrariato. Era soltanto un tunnel nero nero e lungo, lungo da perdersi, che io ci ho visto dentro e ho visto nel suo passato e non volevo proprio aprirlo quel tunnel nero nero, ma ormai era aperto e non potevo in alcun modo chiuderlo. Troppo tardi.
Dopo averlo lasciato in via Capecelatro ho parcheggiato al mio posto segreto. Sono uscito dal taxi e ho fatto una passeggiata fumando una Marlboro. Non ho dovuto girare molto per trovarlo: era lì, davanti ai cancelli dello stadio. Chiusi. Solo.

Mi ha risposto con quel suo fare mesto, misurato. No, mi ha detto solo. E dopo una decina di minuti di assoluto silenzio – ma quei silenzi carichi, che fanno rumore – prima di scendere dal taxi, mi ha guardato bene negli occhi, come a misurare la distanza che ci separava, o la distanza che avevo percorso nel suo tunnel nero nero.
«È importante anche quello», mi ha detto.
Gli ho risposto. Sembravo un padre che tranquillizza il proprio figlio. Un figlio che ne ha appena combinata una grossa e chiede quasi scusa con gli occhi.
«Sì,» ho confermato. «È importante anche quello».
E credo che un sorrisetto complice si sia aperto sul mio viso.

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