Ep. 2 – Il calice da degustazione

La domenica non è come gli altri giorni. Che scoperta, direte voi. Giusto, evidente. In giro sono tutti tranquilli, le strade svuotate dal traffico lavorativo e si va che è un piacere. Ora, non voglio fare quei discorsi sulla città che la domenica sembra un po’ più tua e via dicendo, però è un piacere andare in giro e fare il tuo lavoro. La gente che porti il più delle volte se la spassa, tempo ne ha da buttare e lo fa senza problemi. A me va bene perché intanto il tassametro corre e se la gente vuole perdere il suo tempo lo faccia pure, basta che alla fine paghi.
Quella volta era domenica e il tizio l’avevo caricato in Cadorna, dietro la stazione. Doveva essere uno della zona, che stava bene, sembrava vestito costoso con i jeans stretti, i risvolti che scoprivano la caviglia e le scarpe strane. Sarebbe anche normale, per un ragazzino di vent’anni; il fatto è che ne avrà avuti una sessantina. Faceva un po’ ridere, nel complesso. Tobia, ha detto di chiamarsi, chissà qual era il suo nome vero. Io gli ho detto che mi chiamo Aldo, ma il mio nome vero col cavolo che glielo dico.
Sale e mi dà l’indirizzo di un paese verso Pavia, il nome non me lo ricordo, non fate i difficili. Mi dice che va a una degustazione di vini, gli chiedo di cosa si tratta e mi spiega come funziona. Facciamo due chiacchiere e anche se parla in maniera strana, come fanno i ragazzi, con gli accenti a caso e le vocali allungate, non è antipatico. Anzi, mi fa ridere, tiene compagnia. Io non sono uno di quelli che sta lì a chiederti delle vacanze: se hai voglia di parlare ti ascolto volentieri, altrimenti il silenzio è la cosa migliore.

Tobia è strano perché parla da giovane e si veste da giovane, ma è più vecchio di me, e io i risvoltini non li metto neanche morto.
Tobia è strano perché quando parla di vino diventa serio e solenne, dice che va a quella degustazione perché ha una missione: ritrovare il suo vino preferito, il Tamurro. Lo produce una sola azienda in Italia, in Basilicata, e questa è l’unica fiera in cui è presente lo stand del produttore. È un nettare, mi dice, è divino. Io rido tra me del gioco di parole logoro e stra abusato, ma continuo ad ascoltarlo. Mi racconta che è al terzo stadio di somellier (non ho idea di quanti ce ne siano), che ha fatto corsi con strane sigle, che il vino non è solo una bevanda ma uno stile di vita, che bere un bicchiere è come ascoltare una storia e bla bla bla. Io faccio finta di bermi tutto (oggi vado alla grande con i giochi di parole), ma sapete, io bevo birra al lavoro e quando prendo il vino, una scatola di Tavernello la faccio durare un mese o due. Mi piace, sì, ma trovo che costi troppo rispetto a quello che è: succo d’uva. Ovviamente non lo dico a Tobia perché mi sa che è uno di quei fanatici che passerebbe il tempo fino al paesello cercando di convertirmi alla sua confessione. Non credo in Dio, figuriamoci in Bacco! Però, dicevo, mi piace il vino, mi piace il calore che infonde e mi piace che ti storti quando lo bevi, che sei allegro, la sana sbronza insomma. Il resto non mi interessa molto.
Però, col fatto che è domenica e la domenica, l’ho già detto, è tutto un po’ più strambo, e con il fatto che è mezzogiorno passato e inizio ad aver fame, faccio una cosa non convenzionale: quando me lo chiede, accetto di tenergli compagnia per un po’ di tempo alla fiera. Ho il mio tupperware, sì, ma dentro c’è il farro con pomodorini avanzato ieri sera a casa della mia ex-moglie (è ancora fissata con la mia pancetta e mi tiene a stecchetto). Piuttosto che mangiare quella merda accompagno questo tizio là dentro e mi ingoio un litro di Tavernello; ci sarà pur un panino col salame, là dentro, no? E poi vedo come funziona con i miei occhi, non sono mai stato a una degustazione.

15 euro? Ma stiamo scherzando? La hostess all’entrata sta per vedermi incazzato davvero ma Tobia mi tocca il braccio e mi tranquillizza: offre lui, e io mi calmo subito. Mi danno un bicchiere e un porta bicchiere da attaccare al collo e lo faccio subito. Camminiamo tra gli stand, la folla è impressionante, quasi tutti hanno il porta bicchiere al collo, sembriamo tanti cani San Bernardo, quelli grandi, da soccorso, che nell’immaginario collettivo hanno la botticella di legno appesa al collo.
Insomma, camminiamo e c’è caldo e odore di vino, tante persone si accalcano presso gli stand dei produttori e Tobia non assaggia niente. Io all’inizio non so cosa fare ma, Cristo, bevono tutti, facciamo fruttare questi 15 euro! Allora mi attacco al primo stand: Sangue di Giuda, mi sembra. Non so che cantina. Mi faccio versare e butto giù, è buono e si beve che è una gioia. Guardo gli altri, loro guardano me. Sono lì che tengono il bicchiere con due dita, fanno un sorsino e poi, udite udite, buttano il resto del vino. Poi si fanno lavare il calice con un goccio d’acqua, assaggiano un altro millilitro di vino e giù in una specie di pentola dove tutti buttano il vino. Chiedo a Tobia che rituale barbaro è:
«Se non gli piace il vino», osservo, «che cazzo vengono a fare a una degustazione? Sono anche vini buoni quelli che buttano, costano un occhio della testa».
Tobia, paziente, mi dice che ‘sversano’, perché mica possono assaggiare i vini di 60 cantine a un bicchiere alla volta. Altrimenti vanno giù come birilli, figa. Aggiunge anche ‘figa’. È così evidente, figa, possibile che non l’hai capito?
«Capisco bene», gli dico, e butto giù un altro bicchiere; Buttafuoco stavolta. Lui ha qualcosa da ridire sul fatto che bisogna iniziare con quelli leggeri, bianchi, eccetera, per poi salire di gradazione. Io gli rispondo che a me mi piacciono i rossi e che ormai è tardi perché ho già iniziato. Insomma, tempo zero e non capisco neanche da che parte sono girato. Bevo ovunque: bianchi, rossi, rosé, passiti e muffiti (si chiamano così?) e chissà cosa, mi piace tutto ed è ormai chiaro a tutti che non capisco un cazzo di vini. Il tizio invece, Tobia, lui non assaggia niente. Gli chiedo perché e mi dice che è qui per trovare il Tamurro, solo per quello.

Giriamo (io anche su me stesso) fino alle tre del pomeriggio, fin lì mi accontento di qualche pezzo di pane, crostini, parmigiano, poi alla fine cedo alle lusinghe di un baracchino che vende panini con la salamella di giù, quella piccante calabrese. Me ne prendo due e una birra per fare inorridire gli altri. Va bene il vino, ma se mangio devo bere quello che mi piace. Che cazzo.
Verso le quattro vediamo lo stand del Tamurro. Tobia spalanca gli occhi e quasi corre verso quel vino. Sta lì un po’ ad ammirare lo stand, cava il suo bicchiere dal supporto al collo, lo pulisce con la camicia, e si fa versare. Il produttore in persona. Un suo coetaneo, calvo e sorridente, veramente ben disposto nei suoi confronti. Tobia, prima di iniziare l’esame del vino, racconta le sue prodezze didattiche, i suoi successi come intenditore, racconta degli anni in cui ha avuto un’azienda vinicola (che adesso ha venduto, ma grazie alla quale ha conservato la passione). Il produttore lo guarda con ammirazione e si capiscono bene. Io ho già buttato giù il mio assaggio ed espresso il mio parere: «Cazzo, che buono!» Tobia inizia a muovere il vino nel bicchiere. Lo guarda in controluce. E inizia a parlare, descrive il colore: rosso rubino, intenso. Grandi archetti e bouquet e puttanate che adesso non ricordo, parla di consistenza, di tannini, di frutti rossi. L’altro lo guarda facendo di sì con la testa.
E poi Tobia assaggia. Ed è qui la cosa che vi voglio raccontare.

Tobia assaggia, muove il vino in bocca e dice una cosa, che a me che non capisco un cazzo di vini può sembrare assurda, ma anche se ne capissi non mi sarei mai espresso come si è espresso il produttore.
«Mandorla!» dice Tobia contento. «Rimane al palato, mandorla»!
Ora, oggi è domenica e la domenica è stramba, l’abbiamo detto. Questo è un produttore che non va alle fiere, sarà poco abituato ai contatti sociali, oggi c’è tanta gente e sarà nervoso, avrà speso soldi per lo stand e il suo non è uno dei più frequentati, e poi è l’unico che fa questo vino che, a suo dire, è uno dei migliori in tutto il mondo. Va bene. Ammettiamolo. Forse, dico forse, per lui è del tutto normale comportarsi così. Ma io, chi si comporta così, la bottiglia gliela ficco nel culo.
«Mandorla!» dice Tobia felice.
Il produttore si rabbuia, lo guarda per un minuto incredulo e irritato, come io guarderei un pedone che mi attraversa col rosso e mi fa il dito medio.
E gli risponde questo, giuro: «Ma sei coglione?»
Tobia è rimasto sbigottito. «Io lo sento…» ha balbettato.
«Ma che cazzo dici?» risponde quell’altro, scandendo bene le parole.
Dovevate vederlo, il povero Tobia, con i suoi risvoltini e la sua camicetta bianca. All’inizio è impallidito, poi è diventato colore del vino. Poi è scappato, davvero!
Sono scoppiato a ridere che non mi tenevo più. Avrò riso, quanto? Un quarto d’ora? Ma roba da lacrime, eh?

Non l’ho più visto, Tobia, non so come sia tornato a casa. Mi è spiaciuto. L’avevo portato fin lì e mi aveva offerto l’entrata. Quanti ce ne sono come lui, ho pensato togliendomi il porta bicchiere e appoggiandolo sul sedile del passeggero. Gente che si inventa per essere accettata, gente il cui unico scopo è il riconoscimento sociale. Gente sbugiardata da un razzola merda qualunque, con un vino che è sì buono, ma si sente che è fatto da stronzi.
Per quel giorno avevo finito. Ho disteso il sedile reclinabile, e mi sono addormentato calmo nel parcheggio della struttura, il calice da degustazione tra le dita. Avevo bisogno di dormire prima di rimettermi in marcia. L’ho tenuto, quel bicchiere, ce l’ho ancora. Fa un figurone vicino a quelli della Nutella.

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