Ep. 8 – In casa della contessa

Entrando ho l’impressione di essere piccolissimo. Avete presente quando guardate il cielo di notte, con tutte quelle costellazioni che sembrano arrotolarsi una sull’altra? Ogni volta, con il naso all’insù, penso a quanto siamo piccoli. Così entrando in questa casa. Casa, poi. Questo è un palazzo.
La sala sarà cinque, sei metri per lato, il soffitto alto come la volta di una chiesa e il pavimento di marmo rosa, con tutte le scriminature marroncine, lucido che mi ci vedo riflesso.
Ci ha aperto il domestico, ci credete? Il domestico! Non sapevo esistessero ancora. Mi fa accomodare sul sofà e rimango lì mentre portano in un’altra stanza il ragazzo con la carrozzina e la signora si va a cambiare.
Quando torna penso per la Madonna! perché è ringiovanita. Vi dico che è lei, ma vent’anni prima di quando l’ho caricata un’ora fa. Gliene avrei dati sessantacinque, poi scesa dal taxi ne ha persi dieci e adesso avrà da poco passato i quaranta. Ora di stasera mi chiederà di accompagnarla a comprare lo zucchero filato e i quaderni. Righe di quinta, grazie.
Ha i pantaloni della tuta bianchi e una maglietta con scritto: Shell we know? O qualcosa di simile.
«Ho visto che non usava il navigatore» mi dice sedendosi su una delle poltrone. «Conosce tutte le strade di Milano?»
Mi raddrizzo sul divano. «È da tanto che faccio questo mestiere.»
Dalla finestra arriva una luce che le illumina il viso e gli occhi limpidi come l’acqua di un torrente. Ci vedi quasi attraverso.
«Quanto?» mi chiede.
«Venticinque, quest’anno» le risponde.
«Oh, ma allora non basta un caffè. Qui ci vogliono le bolle. Pierre
Il domestico arriva subito, neanche fosse dietro la porta ad aspettare.
«C’è dello champagne in fresco?»
«Certo madame.»
Come si parlano qua dentro? Più che Pierre questo qui potrebbe chiamarsi Roccarturo. E lei, no, a lei madame le si addice.
Va di là insieme a Pierre, i tacchi che scoppiettano sul pavimento, tip tap tip tap. Sono ancora solo e i ritratti alle pareti – tanti ritratti, che sembra un museo – mi sembrano belli ma mi mettono addosso un po’ di ansia. Mi fissano con quegli occhi fatui e inquisitori. Cazzo volete? Buono questo caffè.

Finiamo la bottiglia in cinque bicchieri a testa, una marea. Fa bicchierini mezzi vuoti, altrimenti la seccavo in tre bicchieri, quella bottiglia. Non posso dire di non avere mai assaggiato champagne, ma non mi ricordo quando e non sono neanche sicuro di averlo fatto. Tengo il flûte con due dita come avevo visto fare alla degustazione con quel tizio, Tobia, quella volta che ho dovuto dormire in macchina perché non ero nelle condizioni di guidare al ritorno. Bevo con due dita e mi do arie da uomo di mondo. Butto giù l’ultimo sorso e fisso la signora. I suoi modi aristocratici e fini, tiene il bicchiere come me e con uno stuzzicadenti infilza un’oliva verde e se la mette in bocca, la sfila con i denti bianchi e lucenti. Dovrei portarla da Giulio, la sera della partita, anche se ormai non esiste più la sera della partita. La Guendalina. Chissà come sta.

«Carlotta» mi dice. Ha la mano morbida ma una stretta decisa.
«Aldo» le dico io e mi sembra che inizi a sorridere.
Fino ad ora è rimasta sulla poltrona, io sul divano. Adesso viene a sedersi vicino a me. Mi vien voglia di fumare ma non ho il coraggio di chiedere se posso farlo. Lo trovo.
«Posso fumare?»
«Non vicino ai quadri, per favore.»
Avevo già tirato fuori il pacchetto, lo rimetto in tasca. Come non detto.
«Credo» dice lei, «credo proprio di aver bisogno di lei.»
«Di me? E come?» faccio io scettico.
«Se vieni di là con me, adesso te lo spiego.»

Guardo l’ora. Le cinque e venti. Dovrei tornare al lavoro. Ma è questo il bello di non avere un ufficio. Nessun cartellino da timbrare, nessun capo che ti dice cosa fare, nessuna macchinetta del caffè da adorare.
«Certo» le rispondo zuccherino. Mi alzo e la seguo.
E l’aria che si lascia dietro mi fa sognare dei bei ricordi.

Ep. 7 – L’anziana

Dio mio che nome di merda. È la vecchia – scusate, anziana signora, – seduta dietro, con quel cellulare grande come la sua faccia. Squillacioti, ha detto di chiamarsi. Sono Squillacioti, mi passa Briatore? Me l’ha urlato nell’orecchio che sembrava un’aquila. Ora, due sono i motivi: o credeva di suscitare in me una punta d’invidia, o voleva mandarci tutti e due al creatore. Sì perché mi sono girato, pensavo stesse male. Pensavo di aver preso una buca con dentro una sirena, un gatto castrato, un fischietto per cani da caccia. Invece era solo la vecchia. Mi sono girato e l’ho guardata come se con gli occhi potessi incenerirla. Qualche volta mi piacerebbe avere questo potere. Agli ingorghi, per esempio. Come questo qui. Ti fermi e sei costretto, se non a relazionartici, almeno a guardarli, gli altri umani. E vedi sta gente che, aspetta. Sono in largo Cairoli, a destra il castello, a sinistra via Dante, io arrivo da foro Bonaparte, e nella piazza c’è un mini assembramento. C’è un politico che si affaccenda sopra quattro assi messe in modo da elevare il suo grosso culo ad altezza della faccia degli astanti. Non ha la mascherina e, invece di parlare al microfono, invece di accendere così la folla, impugna un cellulare e la inquadra. Che, a voler ben vedere, proprio folla non è, diciamo che si sono ammassati dentro l’inquadratura, il resto è spazio vuoto.

La vecchia mette giù, riesco a cambiare rotta e aggirare il cumulo umano, lei tira fuori dalla borsa… una macchina da scrivere? No, è solo una tastiera fatta a imitazione di una macchina da scrivere antica, anni Trenta. E uno di quei cosi, come si chiamano, tablet. Lo piazza in una fessura della tastiera a mo’ di carta nel rullo, e inizia a battere i tasti. Non riesco a vedere lo schermo ma immagino che, in quel modo, stia scrivendo sul tablet.
Deve accorgersi del mio sguardo stranito, perché mi spiega che funziona col blutussss, la lingua tra i denti per dire ssssss.

«Quanto viene quella roba?» le chiedo gioviale.
«Un po’» dice lei, che tradotto viene: Non è roba per te, di cosa ti immischi, poveraccio? O almeno io lo traduco così.
«E quanto?» se vuole anche scoreggiarmi in faccia, faccia pure.
«Sui 400» dice, con disinteresse.
Questa gente qui un po’ la conosco. Con il mio lavoro, sapete. Questa gente qui lo sa se ha pagato. Questa gente qui anche i 90 centesimi che ha pagato sa. Però sui quattrocènto, ti dice, con la e così aperta che potrebbe atterrarci sopra un jet.
Il volante mi sobbalza tra le mani, quella batte la testa sul tettuccio morbido e caccia un urlo, io sghignazzo tra me e me. La mia macchina è superiore, lo sapete, non sobbalza neanche sul sagrato del Duomo.

«Stia attento, no?»
«Scusi» dico facendo un cenno verso il retrovisore, «strada dissestata.»
Rallento, è arrivata. Un filippino la sta aspettando sul marciapiede con quello che potrebbe essere il figlio di lei, o suo nipote. È in sedia a rotelle e agita la mano, un rigagnolo di saliva sul mento, gli occhi ognuno per i fatti loro. E allora mi sento uno stronzo. Perché non ve l’ho detto ma gliene ho tirate tante, a questa vecchia che, difficile abbiano già fatto effetto, ma di certo non l’hanno aiutata. Allora scendo dalla macchina insieme alla donna. C’è un bel sole, la gente va in giro con la mascherina sul gomito o sul mento oppure calata sulla bocca, con il naso fuori. Il filippino la indossa nel modo corretto, Massimo, così lo sento chiamare dalla donna, lui non ce l’ha. Allora mi avvicino, avrà quattordici anni e sua madre, non può che essere sua madre, non ne avrà più di cinquanta, me lo dicono i suoi occhi che brillano di amore per lui. La donna ha un sorriso che non è stanco di quella situazione, è un sorriso che a quella sfiga risponde mostrandosi ancora più forte e brillante. E mi scappa una lacrima. Me la asciugo in un lampo, girandomi, ma il filippino mi ha visto, mi ha visto perché quando mi giro di nuovo mi sta sorridendo.


«Quanto le devo?» mi fa la signora.
Io guardo Massimo e provo a imitare uno di quei bellissimi sorrisi di sua madre, ma non sono bravo come lei.
«Siamo a posto così» le dico.
«Oh, non dica sciocchezze.»
Ma io non ne voglio sapere.
«Lasci che almeno le offra una birra, un caffè…»
Io la guardo incerto, a sentire la parola caffè la mano mi è andata subito al pacchetto di Camel. Ma, che ci posso fare, lo sapete: offritemi un caffè e sarò vostro amico.
«Non vedo bar, qui intorno…» butto lì a caso, siamo in via Vincenzo Monti, c’è un bar a ogni isolato.
La donna mi sorride. «Se ha tempo, può salire da noi.»
Mi sono sentito risucchiare. Un salto nell’iperspazio. Una dimensione parallela, sconosciuta. Io? In una casa in via Vincenzo Monti?
Accetto, ma solo per vantarmi con gli amici. E per raccontarvi com’è andata, ovviamente.
Il cancello è aperto, il portinaio a momenti si inchina. Io passo impettito, come un principe con un regno in affitto.

Ep 6 – Un cane marrone

Di solito non li lascio salire, i cani, perché lasciano i peli sui sedili e puzzano. Provate a chiedere, non sono tanti i tassisti che li fanno salire. Stamattina, però, quella ragazza mi ha fatto pena. L’ho trovata in lacrime abbracciata a una donna più grande di lei, poteva essere sua madre, con un cane marrone scuro al guinzaglio, un cagnone molto peloso.
Quando mi vede, la tizia alza la mano, Barona come New York: ehi, taxi!
Freno e le faccio no con il dito indicando la bestiola, poi vedo la sua espressione disperata, mi fa pena e la faccio entrare, senza troppe domande. Lei saluta la madre e mi dice dove vuole andare; non è tanto lontano, poteva andarci a piedi ma si vede che è sconvolta. Io non chiedo niente, lo sapete che non chiedere è la mia filosofia. È lei che ha iniziato.
«Un’estate strana questa.»
Mi sembrava una considerazione piuttosto ovvia, ma non ho detto niente, non ho commentato e nemmeno risposto. Sarebbe arrivata da sola la spiegazione. E infatti: «Stavo portando il cane fuori» mi dice.
Poi fa una pausa.
Cosa devo fare, dirle qualcosa tipo deve avere un caldo fottuto con tutto quel pelo addosso? Nel dubbio rimango zitto. Ho imparato a stare zitto. È la soluzione a un mucchio di problemi, nella vita, e un mio modo per evitare disagi. Rodato e molto economico.

Un cretino mi taglia la strada, poi si ferma qualche metro dopo, in mezzo alla strada. Dopo il Covid la gente ha disimparato a guidare. Non che prima sapessero farlo, ma adesso, Cristo santo, sembrano tanti zombie neopatentati che vagano a zig zag e si fermano dove gli pare. Faccio un gesto al cretino ma lo faccio coperto dal sedile, non voglio urtare i nervi già tesi della cliente canina.
«Mi è successa una cosa troppo strana» dice.
Io annuisco nel retrovisore e lei mi vede, va avanti: «Ho incontrato questa donna che mi chiede se il cane morde.»
Meno male che non le ho chiesto se era sua madre.
«Come si chiama il cane?» chiedo invece, e non so nemmeno io perché. Non me ne frega un cazzo di come si chiama quel muflone puzzolente. L’ho detto che odora di cane sudato? È il minimo per un cane, sapere di cane, certo. Ma io un cane non ce l’ho e non ne ho mai voluto uno. Portarlo fuori cinque volte al giorno, spendere un capitale per il mangiare e il veterinario. Al diavolo. Il migliore amico di che?
«Si chiama Sparta.»
«Ah, è una femmina!» dico io.
«No. Un maschio» mi risponde come se fosse ovvio e io un coglione.
Era meglio tacere, lo sapevo.
«La signora mi chiede se si può accarezzare» dice tra un singhiozzo e l’altro, «il cane. E io le dico… sic… le dico sì.»
Un’altra pausa. La guardo nello specchietto, ancora piange e butta qualche occhiata al suo cane, occhiate piene di amore le sue. C’è più amore in uno qualsiasi di quegli sguardi che nel più appassionato che la mia ex-moglie, in venticinque anni, abbia mai rivolto a me. Pazienza. Aspettiamo. Le porgo la scatola di veline, la mia macchina si è ormai trasformata in uno studio di psicanalisi a basso costo. Lo cos, come dicono i ragazzi adesso.
Sono spazientito dalla lentezza della ragazza, quasi quasi mi accendo della musica. Non c’è manco una radiocronaca. Che tengo il Milan già lo sapete. Lo sapete, giusto?
«E lo accarezza» dice la ragazza (alleluia!). «Poi… poi si mette a piangere. La guardo e le chiedo con gli occhi perché piange e lei dice mi scusi ma ho perso il cane due anni fa, è morto, e ancora non ce la faccio ad elaborare.»
La mia faccia si scalda e le mani mi prudono. Due anni? Ehi, signora, due anni? Dico, ha presente il 2020? Nessun effetto su di lei?
«E sa che ho fatto?» mi chiede la ragazza. E io, ormai lo sapete, taccio. «Mi sono messa a piangere anch’io! E alla fine ero abbracciata a una sconosciuta a piangere per un cane che non conosco. Proprio strana quest’estate.»

Mi fermo, accosto. Sono tredici euro. Ecco a lei, grazie per avermi fatto salire col cane. Scende e la guardo col suo cagnetto in braccio allontanarsi dondolando le chiappe.
E, sapete che non sono un sentimentale, eppure mi è scesa una lacrima. Ma quella è mia moglie, lo so che è colpa sua.

Ep. 5 – Funerali e scambisti

Sia chiaro, non sono uno di quei bacchettoni che davanti alla televisione sbraitano vedendo… insomma, non sto a spiegarvi. Non lo sono e basta. Per me sei libero di fare ciò che ti pare, basta che non mi pesti i piedi e che non fai male ai più deboli. Non è che non li tolleri. È che non li capisco. Come fai a prestare tua moglie a… Un momento, aspettate che vi racconto.
Con questo cazzo di virus, in giro non c’è più nessuno, lo sapete. C’è il negretto in bicicletta che porta da mangiare, c’è il camion dell’Esselunga che fa finta di portarti la spesa – provate a ordinarla, e capirete di cosa parlo – c’è il poliziotto che ferma i colpevoli, e qualche simpatico vecchietto che non ha capito niente ed esce due volte al giorno per compare il pane, la mattina, e il vino al pomeriggio. Poverini, dici, senza vino è vero che non c’è vita di questi tempi. Ma provate con la birra!
Poi ci siamo noi, gli eroi di terza classe, quelli di cui nessuno parla perché a nessuno frega un cazzo. Esci solo perché in casa non hai voglia di stare e perché il tuo – il taxi – è un bene di prima necessità. Solo che se in giro non c’è nessuno e nessuno neanche dovrebbe starci, sul taxi non ci sale nessuno e tu sei uscito per niente. Perciò esco in taxi per non stare a casa, ma di clienti neanche l’ombra. Facile da capire.
Quando c’era ancora la vita, i week end erano al 90% piovosi. Adesso che c’è il virus e bisogna stare a casa, ci sono solo giornate limpide e piene di sole, anche qui a Milano. Ma non un sole così, tanto per dire. Un sole che spacca le pietre, di quelli che hai voglia di buttarti in mare e se il mare non c’è ti accontenteresti di un parco per fare un pic-nic. Allora io mi faccio dei giri, vado a salutare il bar di Giulio che tanto è chiuso e non c’è nessuno, vago per la città vuota e silenziosa e respiro aria che sembra quella dello Stelvio, da tanto è pulita. Poi, verso le 16 e 30, vado al cimitero di Lambrate a farmi un sonnellino sotto i cipressi. C’è un parcheggio, ed è più o meno sempre vuoto. Ti metti lì, leggi qualcosa, e ti fai una pennichella.
Ma adesso so che nello stesso posto dove io tranquillo mi godo il riposo, dalle undici, undici e mezzo di sera inizia lo show. Gli scambisti. Come faccio a saperlo? Adesso ve lo spiego.

Sono lì a farmi un pisolino. È tranquillo, come vi ho detto, c’è ombra e in questi giorni si sta da Dio. E si vede che il sonno chiama sonno, non so, perché alle otto e mezzo sono ancora lì. Non è ancora buio, ma inizio ad aver fame. Accendo il motore e vedo arrivare questa macchina nera. Grande, station wagon. Passa oltre la mia e si ferma nel parcheggio. Spengo la macchina. Non so se la stessero seguendo, credo di sì, perché neanche mezzo minuto dopo arrivano cinque o sei macchine. Si parcheggiano, escono una trentina di persone, che a fare i conti non so come siano riusciti a starci tutti in cinque macchine. Hanno tratti sudamericani, circondano la station wagon e stanno fermi in piedi, in silenzio.
Fino ad ora ho seguito tutto sul mio retrovisore, ma adesso scendo perché mi piace farmi i fatti altrui e tirar sera, capite, tirar sera è uno sport estremo di questi tempi. Scendo e mi appoggio a un albero che dovrebbe nascondermi, almeno in parte, alla vista dei latinos, anche se sono tutti voltati verso la macchina.
Si apre il baule e tirano fuori una cosa che attira l’attenzione di tutti: una bara. Dal baule! La cosa si fa losca: interessante! Mi nascondo meglio e mi metto comodo, c’è un cespuglio di erbacce e mi accuccio dietro. Aprono la bara e intravedo la testa bianca del morto. Avrà avuto un centinaio d’anni, certi baffoni bianchi.
I latinos stanno sempre lì fermi, qualcuno blatera qualcosa, qualcuno piange, due persone sono rimaste in macchina e uno lo riconosco. Sapete chi è? Ma sì, avete indovinato. È Pompeo, il beccamorto che ho caricato quella volta.
Poi – zac – di colpo, spariscono tutti. Roba di un secondo, neanche un cambio gomme Ferrari. La bara dentro, latinos in macchina, baule chiuso. Quando le altre macchine sono sparite, la station wagon si incammina verso il cimitero e sparisce dentro i cancelli. Ma che roba losca è questa? Mai visto niente di simile.
Mi frugo in tasca. Ho ancora quel biglietto da visita? Certo che no. L’ho buttato: porta sfiga avere il numero di un beccamorto in tasca. Perché, voi l’avreste tenuto? Tocca aspettarlo qui, se voglio sapere che diavoleria hanno fatto. Cos’è, un rito satanico? Non ho visto capretti sgozzati né vergini possedute. Dev’essere…
 “Un funerale clandestino”, mi spiega il signor Pompeo quando lo fermo all’uscita. Mi riconosce ed è sorridente. Gli chiedo cosa stavano facendo, e lo faccio subito perché sta venendo buio e, non so voi, ma io a rimanere al buio in un cimitero non ci tengo affatto. Capace che mi escono davvero i satanisti a dissotterrare qualcuno. O uno zombie, magari. Quando lo dico a Pompeo, lui ride: “Al massimo la scambiano per un single guardone”.
Io lo guardo confuso, come a dire di cosa stai parlando?
Lui mi spiega con una certa pazienza, mentre il suo collega scende a fumare una sigaretta. Ne accendo una anch’io e la offro a Pompeo. Accetta, e fumiamo insieme.
«Adesso, con le restrizioni e tutto il resto» mi dice, «manco i funerali si possono fare più. Allora, ecco quello che hai visto… come ti chiami?»
«Aldo» gli dico. «E tu?»
«Claudio. Piacere.»
Ci tocchiamo i gomiti – stretta di mano da coronavirus – poi la mia, di mano, la metto in tasca, voi sapete a far cosa.
Mi dice che aprono la bara, i latinos fanno le loro preghiere, baciano il morto e quelle cose lì, poi in fretta e furia spariscono e chi s’è visto s’è visto. Mille euro, anticipate. Lo fanno a quest’ora perché poi qui diventa un puttanaio.
E a questo punto la mia curiosità ha un guizzo. «Cioè?» chiedo.
«Aspetta e vedrai» mi dice Claudio.
«Ma non è rischioso rimanere qui?»
«Ma va’, qui tra poco si riempie di guardoni.»
Prima di andarsene mi dà il suo biglietto da visita. Ci risiamo. Grazie, tanto lo butto. «Così una sera, se ti va, quando tutto il macello sarà finito, ci andiamo a mangiare una pizza.»
Lo guardo forse tradendo il ridere che mi provoca la sua proposta. Schiacciano le sigarette per terra e lì le lasciano, mi salutano, salgono in macchina e se ne vanno. «È per le undici!» mi urla dal finestrino. «Alle undici inizia il circo!»
Guardo l’ora, mancano tre ore, e visto che ho i crampi allo stomaco vado a farmi una salamella. Inutile dire che non trovo nessun baracchino aperto. Così, per riuscire a sfangarla, mi tocca fare la fila alla Coop aperta 24 ore su 24 e mettere insieme un paio di panini alla mortadella e una birretta.
Quando arrivo al cimitero, poco prima delle undici, non c’è nessuno. Ma tempo dieci minuti e vicino al mio taxi ci sono già tre macchine parcheggiate. Uomini. Soli.
Poi arrivano le coppie.
Automobili di ogni tipo, anche di lusso, scivolano avanti e indietro. Si incrociano, si girano attorno, si studiano, si annusano come tanti animali da monta. I passeggeri guardano quelli delle altre macchine, si scelgono. A un certo punto una donna scende da una macchina e sale su un’altra, e dall’altra salta fuori un’altra donna e entra nell’auto da cui è uscita la prima. Da una Mini esce una coppia e sale su una Skoda. Due single escono dalle auto vicine alla mia e si lanciano su un suv, c’è una donna sola. Guardo il vicino alla destra della mia auto, si sta agitando tutto guardando una coppia che si è appartata in auto di fianco alla sua. Dev’essere prassi, qui, dev’essere accettato se non incoraggiato. C’è una parola francese per definirlo, ma io lo chiamo così. Guardonismo.
Una Mercedes si ferma a sinistra del mio taxi, ci sono dentro un uomo e una donna. Esce la donna e ne entra un’altra che subito scompare sotto l’uomo; lui rimane seduto e io… be’, ragazzi, sto facendo la figura del guardone! Quello alla mia destra si sporge per vedere la coppia alla mia sinistra, e io scopro di averne abbastanza. Prenditi il mio posto, se vuoi vedere meglio. Tanto me ne vado.

E tornando a casa, percorrendo strade vuote e poco illuminate, mi chiedo se con il virus in giro tutto questo è permesso, se è responsabile. Se lo ritengono intelligente. E poi, sarà la fame che mi fa straparlare, inizio a farmi altre domande, ad appioppare a quell’attività una serie di aggettivi e a chiedermi di volta in volta se quell’attività, lo scambismo, corrisponde davvero a quell’aggettivo. È intelligente, mi chiedo, è rischioso, è morale, è appagante? Mi domando se non sia meglio amare una donna, una donna sola, la tua, per amarle tutte quante. Hai bisogno di ficcare l’uccello in ogni femmina disponibile? Se hai bisogno di cambiare aria non sarà che stai con la persona sbagliata? Se fossi un animale andresti con altri animali della tua specie per procreare, come l’istinto primordiale detta, anche all’essere umano. Perché hai bisogno di ficcare l’uccello a destra e manca per sentirti uomo?
Ma adesso basta, mi sto facendo sentimentale e patetico. Penso con tenerezza a quell’uomo che mi diceva di aver ritrovato l’amore per sua moglie grazie alla detenzione forzata in casa per il virus. Penso alla mia ex moglie, che mi prepara ancora la verdura cotta perché sa che mi fa bene. Alle sue dita che raccolgono la verdura rimasta sul cucchiaio e la spingono delicatamente nel tupperware. E penso che anche se non stiamo più insieme qualche volta mi piacerebbe abbracciarla.

Ep. 4 – Manca qualcosa

Mi fermo al Bar Giardino per un caffè e sono solo al bancone. Certo, direte voi, se sei al bar per un caffè vuol dire che minimo minimo sono le sei della mattina, e la gente, a quest’ora, è a casa che dorme.
Vi sbagliate.
C’è un po’ di gente, di solito, qui da Giulio, perché le brioche sono buone, perché Giulio è simpatico e perché a quest’ora è uno dei pochi bar in cui c’è gente. C’è la Guendalina, per esempio, una vecchia avvinazzata che sta sempre davanti alle macchinette. La Guenda, così la chiamiamo qui, è la vecchia del bar, e sarebbe suo se non fosse del proprietario. Cioè, a dirla tutta, era di suo marito Germano. Quando lui è morto di leucemia, più di dieci anni fa, lei ha venduto il bar a Giulio e adesso, con i suoi sguardi, i suoi gesti stizziti, quel picchiettare continuo sui tasti, ne rivendica la proprietà. Almeno quella affettiva. Lei non ha la televisione a casa, mai avuta, e se si stacca dalle macchinette è solo per ordinare un altro bicchiere o vedere la partita. Quando è il momento, Giulio improvvisa uno schermo sul muro proiettandoci sopra le partite di Sky Sport, ed è allora che il bar si riempie e la gente si trasforma in guerrieri da partita. Ci basta sederci, una birra e qualche patatina, e appena sentito il fischio dell’arbitro diventiamo orde barbariche assetate di sangue. Finita la partita, sbolliti gli spiriti, tutti amici e tutti a casa; ma durante, è meglio non passare da quelle parti. La Guenda è appassionata di calcio, tutte le partite le vede lì e si anima solo con un gol dell’Inter o un poker alla macchinetta. Ma non mi va di parlare con lei di calcio. Non perché è interista, ma perché su certi temi diventa subito scontrosa, e vi conviene darle sempre ragione, anche se non capite quello che dice (perché, ve lo dico io, non sempre lo capite). Da quando gli è morto il marito la Guenda ha vissuto di vino e di calcio, e della pensione di lui, pace all’anima sua. Mai fatto un cazzo, quella donna, o almeno niente che qualcuno sia in grado di ricordare. È capace di starci per ore, davanti a quella macchinetta del poker. Infila monete, preme pulsanti e fa fuori bottiglie di bianco. A pranzo, gli occhi vitrei e il tramezzino in mano; la mattina, la brioche che le rimane intonsa fino alle dieci e che poi trangugia senza neanche capire se è alla marmellata o alla merda di vacca. La Guenda è una tipa strana, questo sì, ma qui al bar siamo tutti un po’ strani, e ognuno a modo suo tutti le vogliamo bene: se qualcuno alzasse la voce con lei, qua dentro, scatenerebbe una sommossa. E stamattina neanche lei la sento bestemmiare. Il bar è davvero deserto. È dall’assenza della Guendalina che si capisce che nell’aria qualcosa non va.
Così saluto Giulio e inizio il turno. Non ci siamo scambiati neanche un vaffanculo oggi, nessuna ragazza su cui condividere apprezzamenti, non ci ha sfiorato nemmeno l’idea di una scommessa. Oggi non c’è lo spirito. Ed è un po’ che non c’è, qualche settimana, da quando cioè quel virus di merda ha messo piede in Italia e ha iniziato a girare. Ora, io quella cosa che ha viaggiato nella valigetta di un manager su un aereo di prima classe non è che l’abbia afferrata tanto bene, però meno male che non l’ha portata uno di quelli che arrivano sui barconi. Ho idea che ne sopportino già tante, che almeno non gli tocchi anche la colpa di aver diffuso il virus.
Uscito dal bar vedo un tale che sta aspettando davanti alla mia macchina, quando si dice aver fretta. Lo raggiungo e lo faccio salire.

Si accomoda sul sedile posteriore, con fare misurato, rispettoso, chiude adagio la porta e parla piano piano, che per sentirlo devo farci proprio attenzione. Va in Capecelatro, una vietta che conosco bene perché è vicina allo stadio e la faccio sempre a piedi. Per la partita lascio la macchina nel mio posto segreto; lì non la mette nessuno e non c’è nemmeno da pagare. Neanche morto vi dico dov’è.
Paolo, al contrario di me, è un ometto gentile, sulla sessantina, che sorride spesso.
«Lei è un eroe», gli dico. «Senza mascherina».
«Neanche lei ce l’ha», fa lui pronto.
Io sorrido e mi vanto con me stesso del mio coraggio e della mia tempra. «Uomini come noi, si è perso lo stampo».
Lui ride. «Ha della musica?»
Io stringo gli occhi e raggrinzisco la pelle della faccia a tal punto che l’ometto di certo ha creduto che gli sorridessi. Stavo solo allungandomi ad accendere la radio. I Queen. Io non li sopporto i Queen. Anzi, vi dirò di più. Uno dei miei pensieri ricorrenti è che se esiste un universo parallelo in cui non esistono né i Queen, né David Bowie, vorrei tanto trasferirmici. Cambio canale. David Bowie, fanculo. Cambio ancora, e una musica allegra viene fuori dagli altoparlanti. Paolo mi dice che gli piace, il jazz, e io lascio qui. A me il jazz mi fa cagare. Se lo ascolto per dieci minuti di fila mi viene voglia di sparare in mezzo agli occhi a tutti i musicisti, ai loro parenti e anche a qualche passante. Ma devo ammettere che questa non mi dispiace. È allegra, scanzonata, persino tollerabile. Chi l’avrebbe detto che avrei ascoltato con piacere musica jazz. Ma sarà davvero jazz? Son mica sicuro.

Sono curioso di sapere che cos’ha da sorridere tanto. Certo, chiederglielo non è granché educato, ma chi ha detto che bisogna esserlo? Ho una collega che parla al telefono col fidanzato con il cliente a bordo. Voglio dire, niente di estremo, ma secondo me uno che paga come un monolocale arredato in centro a Milano per fare un chilometro con il tuo taxi non gli devi telefonare davanti, guidare con una mano sola e farti i cazzi tuoi. A proposito, è vero che costiamo tanto, ma è anche vero che rischiamo il culo ogni momento. Quindi, per tornare a noi, se gli chiedo perché continua a sorridere non credo di essere poi tanto maleducato.
«Paolo», ci provo così, «ha un bel sorriso stampato in faccia. Di questi tempi non è da tutti».
Lui abbocca.
«Ah, sono felice. Sto andando allo stadio.»
«Ma», cerco le parole, «a parte che sarebbe in anticipo di un bel po’ di ore, guardi che non la vede mica la partita. Giocano a porte chiuse, sa. Con il virus non fanno mica entrare. Evitano gli assembramenti e via dicendo».
Lui prende un respiro così profondo che sembra un Rowenta senza fili. «Non mi interessa proprio».
Dev’essere tocco. «Scusi?»
«Non mi interessa, ci vado lo stesso. Mi basta sentire da fuori il fischietto dell’arbitro, il suono secco delle pedate al pallone, lo stampo del legno dei pali, gli urli dei giocatori».
«Si accontenta di poco» ridacchio io. «E per quella manciata di ore che deve aspettare, come la mettiamo?»
Lui sorride. «Se vedesse come vivo».
«E com’è che vive?» gli chiedo.
Mi racconta che è in quarantena e vedendomi massaggiare all’interno della tasca dei pantaloni aggiunge di non preoccuparmi, che l’hanno messo in quarantena perché sua moglie – sanissima, lei, eh! – è stata nella zona rossa 15 giorni fa. E questo fa di lei un’appestata e di lui un untore. «Casalpusterlengo. Era andata a casa di amici».
Casalpusterlengo, ci penso un attimo. Questo posto ha un nome buffissimo, pensate che lo uso da sempre per fare divertire certi clienti facoltosi che, dopo avermi sciorinato i loro progetti di vacanze in isole incantate dei Caraibi incontaminati che non potrò neanche sognare mai nella vita, mi chiedono: e lei? Io guardo nel vuoto, come Clint Eastwood, e se avessi un sigaro in bocca sbufferei fumo: ‘Casalpusterlengo’, dico. La gente sorride, di solito. Provateci. Mai messo piede lì, comunque.
«Quindi è scappato?» gli chiedo.
«Si può dire così. Isolamento domiciliare, per ordinanza regionale. Dovevo starmene 14 giorni recluso in casa. Ne sono passati 12. Non ce la facevo più. Me ne mancano due ma per la miseria non ce la faccio più.»
E qual è il problema? mi dico. Vorrei tanto starci io 14 giorni a casa, ma a me nessuno mi paga l’affitto.

Ma lo posso capire, in fondo. È un pensionato, con la routine che si sarà costruito giorno per giorno, da anni, e di cui immagino faccia parte il giretto al parco, il giornale e il cappuccino al bar. E la routine serve per stare sereni, per non pensare a cosa fare, come me, che vado da Giulio tutte le mattine alle sei in punto. Mi calma, so che ci passo e sono tranquillo. Così dev’essere per lui. Adesso che non può fare il suo giretto, la sua vita, i suoi schemi, tutto è andato in confusione.
«Il problema all’inizio era stare con mia moglie», mi fa.
Mi racconta che sua moglie ha venti anni meno di lui, e lavora ancora. E adesso, costretta a casa. Con lui. Un fattaccio. Io se mi lasciavano chiuso in casa per giorni con la mia ex moglie ci facevamo fuori. Rimaneva vivo chi uccideva l’altro per primo.
«Era?», gli chiedo. «E poi?»
Il suo sorriso riprende a brillare. «Abbiamo litigato, ci siamo scornati. I nostri spazi e tutto il resto. Poi abbiamo capito che ci dovevamo stare, era così che andava fatto. Dovevamo convivere 24 ore al giorno, per la prima volta nella nostra vita, che non fosse una vacanza o un weekend, che lì, si sa, son tutti buoni a convivere. Ci siamo confrontati. Sforzandoci all’inizio, poi è venuto naturale. Visto che tanto insieme dovevamo stare, abbiamo iniziato a fare le cose insieme. Io aiutavo lei, e lei me.
«Per esempio?» gli chiedo con una gran voglia di accendermi una sigaretta.
«In questo periodo stava sistemando la casa che le ha lasciato sua madre perché vuole metterla in affitto. Ecco. Insieme abbiamo scelto gli arredamenti su internet, le decorazioni, abbiamo guardato e discusso i dettagli legali e tecnici. Alla fine (cercava dei quadri per decorare la casa) ‘perché non li disegni tu’, le ho chiesto, ‘adesso che hai tempo’? Io insegnavo storia dell’arte all’università Cattolica, e lei ha sempre mostrato interesse per la mia materia. Per il mio lavoro. Nel corso della nostra storia aveva fatto numerosi tentativi di disegnare, ma senza fortuna. La sera iniziava, poi lasciava lì, esausta. Non se la cavava male. E adesso, costretta a casa in quarantena, aveva tempo. ‘Falli tu’ le ho detto. E lei ha iniziato, con me vicino, a disegnare, a dipingere quei quadri. Una creatività repressa per anni. Passavo ore a guardarla, a spiegarle quello che mi chiedeva. E ci crede…» Ho incontrato i suoi occhi nel retrovisore che luccicavano commossi. «Ci crede, che in diciott’anni anni che siamo insieme, non l’ho mai sentita così vicina? Ci crede che era scoprirla, scoprirci l’un l’altra, per la prima volta? E non mi importava di rimanere sveglio fino a tardi, di sporcarmi per terra sul pavimento freddo, di saltare la routine: eravamo insieme e… era come di nuovo innamorarsi di lei, ogni giorno di più. E lo sentiva che per la prima volta le ero davvero vicino, con lei, per lei. Me lo faceva capire, me lo restituiva. Con le piccole cose di ogni giorno. Lunedì mi ha fatto certi manicaretti, ad esempio. Da leccarsi i baffi!».

E poi, direte voi? Cos’è successo?
Amici, chi lo sa. Chissà perché a questo punto, sentendomi in tale confidenza con il vecchio professore da sembrarmi un amico di quelli del bar, che parlava sì un po’ meglio di loro ma che diceva alla fine le stesse cose con il cuore, chissà perché dicevo, me ne sono uscito con quella domanda che ha rovinato tutto.
«Avete fatto l’amore?»
Lui è rimasto zitto. Mi è arrivato come un pugno nello stomaco, il suo sguardo. Non era cattivo, non era astioso nei miei confronti, non era contrariato. Era soltanto un tunnel nero nero e lungo, lungo da perdersi, che io ci ho visto dentro e ho visto nel suo passato e non volevo proprio aprirlo quel tunnel nero nero, ma ormai era aperto e non potevo in alcun modo chiuderlo. Troppo tardi.
Dopo averlo lasciato in via Capecelatro ho parcheggiato al mio posto segreto. Sono uscito dal taxi e ho fatto una passeggiata fumando una Marlboro. Non ho dovuto girare molto per trovarlo: era lì, davanti ai cancelli dello stadio. Chiusi. Solo.

Mi ha risposto con quel suo fare mesto, misurato. No, mi ha detto solo. E dopo una decina di minuti di assoluto silenzio – ma quei silenzi carichi, che fanno rumore – prima di scendere dal taxi, mi ha guardato bene negli occhi, come a misurare la distanza che ci separava, o la distanza che avevo percorso nel suo tunnel nero nero.
«È importante anche quello», mi ha detto.
Gli ho risposto. Sembravo un padre che tranquillizza il proprio figlio. Un figlio che ne ha appena combinata una grossa e chiede quasi scusa con gli occhi.
«Sì,» ho confermato. «È importante anche quello».
E credo che un sorrisetto complice si sia aperto sul mio viso.

Ep. 3 – Un lavoro come un altro

Sale questo tizio un po’ yé yé, il classico milanese che siamo abituati a prendere in giro, con la giacca chiara alla moda, i pantaloni di tweed aderenti, le scarpe lucidate e il telefono all’orecchio; solo che non ha l’accento milanese ma un’inflessione diversa, centromeridionale, non capisco da dove viene. Mi dice di andare all’ospedale Galeazzi, io parto. C’è il sole ed è una bella giornata, anche se fa freschino, e questo è il mio ultimo giro, oggi. Probabile che finito il turno vado a farmi un tuffo in piscina, perché finisco presto e la piscina a quest’ora è vuota, a meno che non ci sia un corso di bambini e in quel caso lo senti da fuori e non parcheggi neanche la macchina.
Il tizio parla con qualcuno al telefono, prima di luci, che se vuole montare quelle che ha visto in negozio gli manda l’uomo, Valerio, che gli fa il lavoro anche il sabato o la domenica. Si mette a fare i conti, poi, di quanto dura secondo i produttori quel tipo di luci. Trecentomila ore di luce, che se le dividi per ventiquattro, poi le moltiplichi per otto – ma mica le tieni accese  tutte quelle ore – e degli altri conti che mi sono perso. A me quei conti non mi tornano, ma chissenefrega. Forse vende luci, ma si vede che è un improvvisato.
Poi cambia registro e chiede quand’è il funerale del bambino, e lì mi viene la tristezza, mi unisco al dolore. Aveva, dice, dieci anni e la mamma gli ha raccontato che era malato da sempre e potrà donare solo gli occhi perché tutti gli altri organi sono compromessi. Poi dice che nonostante tutto la mamma è felice che abbia smesso di soffrire, e che almeno un bambino vedrà grazie a lui. Io penso che non è solo grazie al figlio della signora che potrà vedere, ma anche grazie a un’équipe di medici specializzati che glieli trapianterà, ai decenni di ricerca, alle persone oneste che pagano le tasse. Penso questo, ma me lo tengo per me. Non voglio interferire con il loro dolore.
Poi, un’altra telefonata. Lo spazio c’è, dice, e il giardino è di 50 metri quadri, non è ampio ma è luminoso e glielo farà vedere lunedì.

Oggi c’è l’anticipo di campionato, ma è ancora presto per quel traffico, quindi prendo tranquillo la circonvallazione da piazzale Lotto dove il traffico c’è ma è regolare.
Il tizio sta ancora parlando al telefono. Adesso chiede a che ora deve tumulare, aggiunge che non c’è problema, che le pratiche le vedono loro. Poi parla di riesumazioni, dice che sono il lunedì. A pensarci bene è il giorno più adatto, se dev’esserci un giorno adatto non può certo essere il sabato, fin troppo ovvio. Comunque a quel punto mi accorgo di essermi sbagliato. Questo non vende luci. Questo è un beccamorto.
Non ne avevo mai visto uno fuori dall’ufficio, inteso come fuori servizio, e sono un po’ deluso, non mi sembra niente di particolare. So che è stupido, ma me li aspettavo alti e magri o bassi e tozzi, mi aspettavo che si vestissero di nero, che avessero profonde occhiaie e le coprissero con gli occhiali da sole, e che portassero cappelli e cappotti lunghi o impermeabili, anche col bel tempo. Niente di tutto questo.
Ora, non ho niente contro i becchini, è un lavoro come un altro e ogni lavoro, se onesto, ha la sua dignità. Ma sentire i discorsi di questo qui adesso mi agita. È tutto un morto. Non mi dà fastidio il suo tono, sono le cose che dice. Quella roba di tirar fuori i morti dalle tombe per bruciarli e metterli in un cassettino a me mi fa venire la pelle d’oca.
«Dove li mettono?» chiede il tizio, sta zitto un attimo e poi: «A terra, nella tomba di famiglia? Ma va’, per la concessione ci penso io, passa da me domani. Avvertimi prima però, che magari sono fuori».
Un lavoro come un altro, ve l’ho detto. Come un fruttivendolo, sempre a trafficare con le casse.

Ora, lo so, mi darete del retrogrado, ignorante, medievale e arcaico superstizioso; ma, cazzo, a me se un beccamorto mi sale sulla macchina io devo toccare ferro, per essere gentile. Allora mi infilo una mano in tasca e il tizio, preso com’è a ordinare i morti, non mi vede neanche. Però va avanti a parlare in quella maniera e di quelle cose e verso Bovisa mi sale il caldo alla faccia e non ce la faccio più, tutto ha un limite.
«Senta», gli dico in modo gentile, ho un sorriso di circostanza addosso che sembro uno di quei telefilm americani. «Glielo dico, perché in fondo qui siamo a casa mia».
«Mi dica», fa lui un po’ stupito appoggiando il telefono sul sedile.
«Può smetterla di parlare di morti?» chiedo educatamente. «Non mi piace che continua a parlare di morti. È tutto un morto, tumulazioni, donazioni di occhi, riesumazioni. A me mi fa venire tristezza. Poi è anche lunedì, è una giornata difficile, ho quasi finito il turno e me ne torno a casa tra poco, le partite e tutto il resto. Non ho mica voglia di sentire dei suoi morti, abbia pazienza».
L’uomo fa un sorriso, ma non dice niente. In cinque minuti siamo al Galeazzi, e lui non ha più aperto bocca. Alla fine, al momento di pagare, mi dà la carta. La passo e mi saluta, ma prima di uscire mi fa, sorridente:
«Le lascio il mio biglietto da visita» e me lo porge.
Io, immaginerete, gli sgrano gli occhi addosso ed è istantaneo che la mia mano vada ai coglioni. È inevitabile, no? Vorrei vedere voi al mio posto.
Lui scoppia a ridere: «Non è quello delle pompe funebri, la mia famiglia ha anche un’impresa immobiliare, lo tenga. Magari sente di qualcuno che ha bisogno di un appartamento».
Io guardo il biglietto: è vero ‘Pompeo Immobiliare’. Rido anch’io e glielo ridò.
«No grazie», dico. Figurati se prendo casa da uno che aspetta solo che crepi per farmi il funerale. Metto la prima e mi avvio verso casa ma, bambini o no, non mi va più di andare in piscina. Mi è passata la voglia.
 

Ep. 2 – Il calice da degustazione

La domenica non è come gli altri giorni. Che scoperta, direte voi. Giusto, evidente. In giro sono tutti tranquilli, le strade svuotate dal traffico lavorativo e si va che è un piacere. Ora, non voglio fare quei discorsi sulla città che la domenica sembra un po’ più tua e via dicendo, però è un piacere andare in giro e fare il tuo lavoro. La gente che porti il più delle volte se la spassa, tempo ne ha da buttare e lo fa senza problemi. A me va bene perché intanto il tassametro corre e se la gente vuole perdere il suo tempo lo faccia pure, basta che alla fine paghi.
Quella volta era domenica e il tizio l’avevo caricato in Cadorna, dietro la stazione. Doveva essere uno della zona, che stava bene, sembrava vestito costoso con i jeans stretti, i risvolti che scoprivano la caviglia e le scarpe strane. Sarebbe anche normale, per un ragazzino di vent’anni; il fatto è che ne avrà avuti una sessantina. Faceva un po’ ridere, nel complesso. Tobia, ha detto di chiamarsi, chissà qual era il suo nome vero. Io gli ho detto che mi chiamo Aldo, ma il mio nome vero col cavolo che glielo dico.
Sale e mi dà l’indirizzo di un paese verso Pavia, il nome non me lo ricordo, non fate i difficili. Mi dice che va a una degustazione di vini, gli chiedo di cosa si tratta e mi spiega come funziona. Facciamo due chiacchiere e anche se parla in maniera strana, come fanno i ragazzi, con gli accenti a caso e le vocali allungate, non è antipatico. Anzi, mi fa ridere, tiene compagnia. Io non sono uno di quelli che sta lì a chiederti delle vacanze: se hai voglia di parlare ti ascolto volentieri, altrimenti il silenzio è la cosa migliore.

Tobia è strano perché parla da giovane e si veste da giovane, ma è più vecchio di me, e io i risvoltini non li metto neanche morto.
Tobia è strano perché quando parla di vino diventa serio e solenne, dice che va a quella degustazione perché ha una missione: ritrovare il suo vino preferito, il Tamurro. Lo produce una sola azienda in Italia, in Basilicata, e questa è l’unica fiera in cui è presente lo stand del produttore. È un nettare, mi dice, è divino. Io rido tra me del gioco di parole logoro e stra abusato, ma continuo ad ascoltarlo. Mi racconta che è al terzo stadio di somellier (non ho idea di quanti ce ne siano), che ha fatto corsi con strane sigle, che il vino non è solo una bevanda ma uno stile di vita, che bere un bicchiere è come ascoltare una storia e bla bla bla. Io faccio finta di bermi tutto (oggi vado alla grande con i giochi di parole), ma sapete, io bevo birra al lavoro e quando prendo il vino, una scatola di Tavernello la faccio durare un mese o due. Mi piace, sì, ma trovo che costi troppo rispetto a quello che è: succo d’uva. Ovviamente non lo dico a Tobia perché mi sa che è uno di quei fanatici che passerebbe il tempo fino al paesello cercando di convertirmi alla sua confessione. Non credo in Dio, figuriamoci in Bacco! Però, dicevo, mi piace il vino, mi piace il calore che infonde e mi piace che ti storti quando lo bevi, che sei allegro, la sana sbronza insomma. Il resto non mi interessa molto.
Però, col fatto che è domenica e la domenica, l’ho già detto, è tutto un po’ più strambo, e con il fatto che è mezzogiorno passato e inizio ad aver fame, faccio una cosa non convenzionale: quando me lo chiede, accetto di tenergli compagnia per un po’ di tempo alla fiera. Ho il mio tupperware, sì, ma dentro c’è il farro con pomodorini avanzato ieri sera a casa della mia ex-moglie (è ancora fissata con la mia pancetta e mi tiene a stecchetto). Piuttosto che mangiare quella merda accompagno questo tizio là dentro e mi ingoio un litro di Tavernello; ci sarà pur un panino col salame, là dentro, no? E poi vedo come funziona con i miei occhi, non sono mai stato a una degustazione.

15 euro? Ma stiamo scherzando? La hostess all’entrata sta per vedermi incazzato davvero ma Tobia mi tocca il braccio e mi tranquillizza: offre lui, e io mi calmo subito. Mi danno un bicchiere e un porta bicchiere da attaccare al collo e lo faccio subito. Camminiamo tra gli stand, la folla è impressionante, quasi tutti hanno il porta bicchiere al collo, sembriamo tanti cani San Bernardo, quelli grandi, da soccorso, che nell’immaginario collettivo hanno la botticella di legno appesa al collo.
Insomma, camminiamo e c’è caldo e odore di vino, tante persone si accalcano presso gli stand dei produttori e Tobia non assaggia niente. Io all’inizio non so cosa fare ma, Cristo, bevono tutti, facciamo fruttare questi 15 euro! Allora mi attacco al primo stand: Sangue di Giuda, mi sembra. Non so che cantina. Mi faccio versare e butto giù, è buono e si beve che è una gioia. Guardo gli altri, loro guardano me. Sono lì che tengono il bicchiere con due dita, fanno un sorsino e poi, udite udite, buttano il resto del vino. Poi si fanno lavare il calice con un goccio d’acqua, assaggiano un altro millilitro di vino e giù in una specie di pentola dove tutti buttano il vino. Chiedo a Tobia che rituale barbaro è:
«Se non gli piace il vino», osservo, «che cazzo vengono a fare a una degustazione? Sono anche vini buoni quelli che buttano, costano un occhio della testa».
Tobia, paziente, mi dice che ‘sversano’, perché mica possono assaggiare i vini di 60 cantine a un bicchiere alla volta. Altrimenti vanno giù come birilli, figa. Aggiunge anche ‘figa’. È così evidente, figa, possibile che non l’hai capito?
«Capisco bene», gli dico, e butto giù un altro bicchiere; Buttafuoco stavolta. Lui ha qualcosa da ridire sul fatto che bisogna iniziare con quelli leggeri, bianchi, eccetera, per poi salire di gradazione. Io gli rispondo che a me mi piacciono i rossi e che ormai è tardi perché ho già iniziato. Insomma, tempo zero e non capisco neanche da che parte sono girato. Bevo ovunque: bianchi, rossi, rosé, passiti e muffiti (si chiamano così?) e chissà cosa, mi piace tutto ed è ormai chiaro a tutti che non capisco un cazzo di vini. Il tizio invece, Tobia, lui non assaggia niente. Gli chiedo perché e mi dice che è qui per trovare il Tamurro, solo per quello.

Giriamo (io anche su me stesso) fino alle tre del pomeriggio, fin lì mi accontento di qualche pezzo di pane, crostini, parmigiano, poi alla fine cedo alle lusinghe di un baracchino che vende panini con la salamella di giù, quella piccante calabrese. Me ne prendo due e una birra per fare inorridire gli altri. Va bene il vino, ma se mangio devo bere quello che mi piace. Che cazzo.
Verso le quattro vediamo lo stand del Tamurro. Tobia spalanca gli occhi e quasi corre verso quel vino. Sta lì un po’ ad ammirare lo stand, cava il suo bicchiere dal supporto al collo, lo pulisce con la camicia, e si fa versare. Il produttore in persona. Un suo coetaneo, calvo e sorridente, veramente ben disposto nei suoi confronti. Tobia, prima di iniziare l’esame del vino, racconta le sue prodezze didattiche, i suoi successi come intenditore, racconta degli anni in cui ha avuto un’azienda vinicola (che adesso ha venduto, ma grazie alla quale ha conservato la passione). Il produttore lo guarda con ammirazione e si capiscono bene. Io ho già buttato giù il mio assaggio ed espresso il mio parere: «Cazzo, che buono!» Tobia inizia a muovere il vino nel bicchiere. Lo guarda in controluce. E inizia a parlare, descrive il colore: rosso rubino, intenso. Grandi archetti e bouquet e puttanate che adesso non ricordo, parla di consistenza, di tannini, di frutti rossi. L’altro lo guarda facendo di sì con la testa.
E poi Tobia assaggia. Ed è qui la cosa che vi voglio raccontare.

Tobia assaggia, muove il vino in bocca e dice una cosa, che a me che non capisco un cazzo di vini può sembrare assurda, ma anche se ne capissi non mi sarei mai espresso come si è espresso il produttore.
«Mandorla!» dice Tobia contento. «Rimane al palato, mandorla»!
Ora, oggi è domenica e la domenica è stramba, l’abbiamo detto. Questo è un produttore che non va alle fiere, sarà poco abituato ai contatti sociali, oggi c’è tanta gente e sarà nervoso, avrà speso soldi per lo stand e il suo non è uno dei più frequentati, e poi è l’unico che fa questo vino che, a suo dire, è uno dei migliori in tutto il mondo. Va bene. Ammettiamolo. Forse, dico forse, per lui è del tutto normale comportarsi così. Ma io, chi si comporta così, la bottiglia gliela ficco nel culo.
«Mandorla!» dice Tobia felice.
Il produttore si rabbuia, lo guarda per un minuto incredulo e irritato, come io guarderei un pedone che mi attraversa col rosso e mi fa il dito medio.
E gli risponde questo, giuro: «Ma sei coglione?»
Tobia è rimasto sbigottito. «Io lo sento…» ha balbettato.
«Ma che cazzo dici?» risponde quell’altro, scandendo bene le parole.
Dovevate vederlo, il povero Tobia, con i suoi risvoltini e la sua camicetta bianca. All’inizio è impallidito, poi è diventato colore del vino. Poi è scappato, davvero!
Sono scoppiato a ridere che non mi tenevo più. Avrò riso, quanto? Un quarto d’ora? Ma roba da lacrime, eh?

Non l’ho più visto, Tobia, non so come sia tornato a casa. Mi è spiaciuto. L’avevo portato fin lì e mi aveva offerto l’entrata. Quanti ce ne sono come lui, ho pensato togliendomi il porta bicchiere e appoggiandolo sul sedile del passeggero. Gente che si inventa per essere accettata, gente il cui unico scopo è il riconoscimento sociale. Gente sbugiardata da un razzola merda qualunque, con un vino che è sì buono, ma si sente che è fatto da stronzi.
Per quel giorno avevo finito. Ho disteso il sedile reclinabile, e mi sono addormentato calmo nel parcheggio della struttura, il calice da degustazione tra le dita. Avevo bisogno di dormire prima di rimettermi in marcia. L’ho tenuto, quel bicchiere, ce l’ho ancora. Fa un figurone vicino a quelli della Nutella.

Ep. 1 – Tassisti, preti e suicidi

Faccio il tassista da venticinque anni, e ogni tassista, se lo fa da tempo, ha qualcosa da raccontare. Eccovi già lì a pensare a rapine, prostitute, traffici illegali, storie losche, roba così. Niente di tutto questo. Era uno che è saltato sul mio taxi, un ragazzo triste. Che cazzo, stava piangendo da mezz’ora e non mi diceva dove voleva essere portato. È salito e ha chiesto se potevo aspettare un attimo. Io gli ho chiesto quanto e lui ha detto che non lo sapeva e io che accendevo il tassametro. Non è che sto fermo ad aspettare i tuoi comodi se per farlo devo rifiutare altre chiamate. Paghi, che cazzo! Scusate lo sfogo.
Stava lì ad aspettare, guardava un po’ il telefono e un po’ su, verso la casa, lo vedevo nello specchietto. Guardavo su anch’io per capire cosa gli interessava. C’era una lunga sfilza di finestre una sull’altra fino ai piani alti e al terzo piano una era illuminata. Ah, era notte, non l’avevo specificato. In questa finestra illuminata a volte appariva una testa che poi spariva: passava, si affacciava (e allora il ragazzo che avevo in macchina usciva dalla macchina) e poi tornava dentro (e il tizio faceva uguale). Un freddo, quel cazzo di avanti e indietro! Aveva la faccia smunta, pallida, gli occhi gonfi, le lacrime e singhiozzava forte.
«Metto un po’ di musica?», gli dico.
Non mi risponde, non mi sta ascoltando perché gli è arrivato un messaggio e io non mi faccio sfuggire l’occasione: ‘Smoke on the water’ vien fuori a caso dai miei altoparlanti, tanto hi-tech che non vi sto neanche a dire. A caso perché era una radio e non sapevo che avrebbero messo proprio quella canzone.
Ora, io non è che creda a quelle storie per cui abbiamo tutti un destino scritto e via dicendo, non credo neanche in Dio se è per questo, ma il punto è un altro. Cioè che quella canzone aveva un suo senso nella serata, un senso che poi avrei capito. Il testo non lo so e non so neanche l’inglese, so solo il titolo. ‘Fumo sull’acqua’ o qualcosa di simile (per la miseria, ho già detto che non so l’inglese) mi fa pensare a un incendio, e non solo perché so che il tizio dei Deep Purple l’ha scritta quando ha visto andare in fiamme il casinò di fronte all’albergo dove soggiornava. Sono cose che ti segnano, come quella che, nel mio piccolo, sarebbe successa a me, da lì a poco.

Il tizio è uscito dalla macchina con il telefono e io avrei tanto voluto che piovesse per dare più enfasi alla scena, o magari un po’ di neve, per ammorbidire il tutto – del resto, che cazzo, siamo a Natale, a Natale deve nevicare – e invece no, non pioveva e non nevicava. C’era solo un freddo cane e il tizio aveva addosso solo un maglioncino bordeaux da tramviere e un paio di jeans da fighetto – abbigliamento polivalente, il suo. Guarda su verso la finestra, fa dei gesti (un po’ melodrammatici, a mio parere), prova a telefonare: niente, torna dentro. Ha smesso di piangere, e riprende a scrivere sul cellulare.
Gli dico se vuole che andiamo e lui fa di no con la testa.
Senti, bello, io devo ancora mangiare, la mia ex-moglie mi ha messo un po’ di verdure cotte avanzate in un tupperware (sì, dice che devo smaltire un po’ di ciccia, ma a mezzanotte, appena stacco, vado a farmi una salamella al baracchino) e queste benedette verduracce conto di buttarle giù a un orario decente. Glielo dico in un modo gentile:
«Se non le dispiace, io metterei qualcosa sotto i denti», faccio anche il brillante.
Quello non dice niente e io esco, mangio, fumo e intanto guardo sul cellulare i risultati di stasera. Le partite non sono ancora finite ma non m’interessa: il derby è domani e io ho scommesso su quello. Scommetto con Giulio, il mio barista, quello che alle 6 di mattina, festivi compresi, sa che deve scaldarmi una brioche al pistacchio. E il cappuccio? Bello caldo con cacao, grazie, ma non c’entra con questa storia. Per la cronaca io sono milanista, perciò ho scommesso sulla vittoria del Milan, mentre Giulio, lui è interista e il gioco è bell’e fatto.

Mi accorgo dalla ripresa dei singhiozzi che la luce alla finestra si è spenta. Il tizio che piange non alza la testa dal telefono, lo guarda con stupore e dolore, e dopo un po’ mi fa cenno di andare, senza dirmi dove.
Ora, a me se c’è una cosa che odio è quando la gente fa i gesti al posto di parlare. Un conto è per mandarmi a fare nel culo, per quello basta il dito medio, ma se devi dirmi di andare devi usare la voce, e magari poi mi dici anche dove vuoi che vada.
Glielo chiedo, mi dà l’indirizzo, dice che è casa sua ma non gliel’ho chiesto e neanche mi interessa. Voglio solo mangiare, perché quelle due verdurine di merda invece che saziarmi mi hanno aperto lo stomaco.
In via Lodovico il Moro il traffico è scorrevole, viaggio con il Naviglio che scorre alla mia destra. Tra le rotaie del tram e la strada acciottolata, gli ammortizzatori faticano a tenere fermo l’abitacolo, ma la mia è una macchina superiore, non ve lo sto neanche a dire, e fa tutto con efficienza e grande soddisfazione da parte mia. Entro in una vietta trasversale e lascio il ragazzo davanti a un condominio che sembra nuovo, fatto da poco, ben tenuto, con tanto di portineria (chiusa, a quest’ora), giardino, fiori e i pioppi secchi. Un abete addobbato con robette fini e colori da signori sbuca dalla recinzione e le lucine si intravedono attraverso il cancello.
Gli dico quant’è la corsa, il tizio passa la carta e esce senza salutare. Gli dico di andare a fare nel culo, ma a bassa voce, e mi avvio piano. Nello specchietto lo vedo indugiare un po’ sul marciapiede con la testa bassa, il cellulare in mano, ed entrare in casa.
La serata è finita, me ne torno a casa anch’io dopo aver fatto visita al baracchino ed essermi mangiato un panino da 4 e 50 e una birra Adelscott, che bevo solo io al mondo e bevo solo perché ce l’hanno solo lì.
E le fiamme, direte voi? E il fumo sull’acqua? Adesso ci arriviamo.

Il giorno dopo sono ancora in quella zona, porto un prete che aveva problemi con la sua macchina e, visto che tanto paga la curia, ci va in taxi oggi a benedire le case. Sale davanti, dietro il chierichetto. Ci credete che mi ha prenotato tutta la mattina? Abbiamo pattuito duecento euro, forfettario. Mi ci sarei pagato la revisione della caldaia, che ancora non mi ero deciso a farla. Solo che non riusciamo a benedire più di due case, e quei duecento non li vedrò mai.
Il prete è un chiacchierone, non sta zitto un attimo. Parliamo un bel po’, o meglio lui parla e io ascolto e di tanto in tanto intervengo. Dice che è una missione portare il bene di Dio nelle famiglie, ed è una missione che fa sempre, ma a Natale la gente sembra più ricettiva se gli parli di Dio (ma soprattutto di offerte, aggiungerei), perciò bla bla bla.
A me non me ne frega molto di questa storia. Ve l’ho detto, non credo in Dio e non ci credo anche per non dover badare a certe questioni, sul bene e sul male, o sul perché siamo al mondo o perché alla radio mettono canzoni che si confondono con la storia, entrandoci a far parte. Come quella di prima, Smoke on the water. 
Ho accostato vicino a una palazzo e loro sono scesi. Il prete ha citofonato, ha aspettato un minuto, ha tracciato una riga sul suo taccuino, poi ha suonato a un altro nome e niente, altra riga. L’ha fatto un po’ di volte, finché una signora del primo piano non gli ha aperto. Sono entrati e sono rimasti dentro una mezz’ora, e alla fine il prete è uscito sorridente col chierichetto che gli saltellava di fianco. Gli ho chiesto se era andata bene, lui mi ha risposto “come Dio ha voluto” e mi ha dato un altro indirizzo, lì a fianco. Non immaginerete mai qual era la casa che doveva benedire adesso. Ok, avete indovinato: quella del ragazzo, il tizio triste della sera prima. Anche qui ho parcheggiato sotto.

In questi casi non sai mai di chi è la colpa, se qualcuno ne ha una. Non sai mai chi o che cosa può trasformare un bambino in un micidiale killer. Se la portinaia, che eccitata dalla presenza del don insiste che il rito della citofonata abbia luogo, se il bambino che insiste per essere lui a suonare il citofono, se il prete che nel 2020 insiste ad assolvere a un assioma medievale. O se il coglione all’ultimo piano, che per suicidarsi ha scelto di riempirsi l’appartamento di gas. Non sai mai di chi è la colpa, e non t’importa nemmeno. Te ne fai una ragione, un’altra riga sul taccuino del prete e qual è la prossima casa?
Io non posso sapere di chi è la colpa e non lo saprò mai: ve l’ho detto, non mi occupo di queste cose. Io, mentre gli altri cercavano di addossarsela l’uno con l’altro, mi godevo lo spettacolo della coltre di fumo scuro che sfiorava la pelle scabra del Naviglio. Chissà cos’aveva fatto il Milan.

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