Ep. 8 – In casa della contessa

Entrando ho l’impressione di essere piccolissimo. Avete presente quando guardate il cielo di notte, con tutte quelle costellazioni che sembrano arrotolarsi una sull’altra? Ogni volta, con il naso all’insù, penso a quanto siamo piccoli. Così entrando in questa casa. Casa, poi. Questo è un palazzo.
La sala sarà cinque, sei metri per lato, il soffitto alto come la volta di una chiesa e il pavimento di marmo rosa, con tutte le scriminature marroncine, lucido che mi ci vedo riflesso.
Ci ha aperto il domestico, ci credete? Il domestico! Non sapevo esistessero ancora. Mi fa accomodare sul sofà e rimango lì mentre portano in un’altra stanza il ragazzo con la carrozzina e la signora si va a cambiare.
Quando torna penso per la Madonna! perché è ringiovanita. Vi dico che è lei, ma vent’anni prima di quando l’ho caricata un’ora fa. Gliene avrei dati sessantacinque, poi scesa dal taxi ne ha persi dieci e adesso avrà da poco passato i quaranta. Ora di stasera mi chiederà di accompagnarla a comprare lo zucchero filato e i quaderni. Righe di quinta, grazie.
Ha i pantaloni della tuta bianchi e una maglietta con scritto: Shell we know? O qualcosa di simile.
«Ho visto che non usava il navigatore» mi dice sedendosi su una delle poltrone. «Conosce tutte le strade di Milano?»
Mi raddrizzo sul divano. «È da tanto che faccio questo mestiere.»
Dalla finestra arriva una luce che le illumina il viso e gli occhi limpidi come l’acqua di un torrente. Ci vedi quasi attraverso.
«Quanto?» mi chiede.
«Venticinque, quest’anno» le risponde.
«Oh, ma allora non basta un caffè. Qui ci vogliono le bolle. Pierre
Il domestico arriva subito, neanche fosse dietro la porta ad aspettare.
«C’è dello champagne in fresco?»
«Certo madame.»
Come si parlano qua dentro? Più che Pierre questo qui potrebbe chiamarsi Roccarturo. E lei, no, a lei madame le si addice.
Va di là insieme a Pierre, i tacchi che scoppiettano sul pavimento, tip tap tip tap. Sono ancora solo e i ritratti alle pareti – tanti ritratti, che sembra un museo – mi sembrano belli ma mi mettono addosso un po’ di ansia. Mi fissano con quegli occhi fatui e inquisitori. Cazzo volete? Buono questo caffè.

Finiamo la bottiglia in cinque bicchieri a testa, una marea. Fa bicchierini mezzi vuoti, altrimenti la seccavo in tre bicchieri, quella bottiglia. Non posso dire di non avere mai assaggiato champagne, ma non mi ricordo quando e non sono neanche sicuro di averlo fatto. Tengo il flûte con due dita come avevo visto fare alla degustazione con quel tizio, Tobia, quella volta che ho dovuto dormire in macchina perché non ero nelle condizioni di guidare al ritorno. Bevo con due dita e mi do arie da uomo di mondo. Butto giù l’ultimo sorso e fisso la signora. I suoi modi aristocratici e fini, tiene il bicchiere come me e con uno stuzzicadenti infilza un’oliva verde e se la mette in bocca, la sfila con i denti bianchi e lucenti. Dovrei portarla da Giulio, la sera della partita, anche se ormai non esiste più la sera della partita. La Guendalina. Chissà come sta.

«Carlotta» mi dice. Ha la mano morbida ma una stretta decisa.
«Aldo» le dico io e mi sembra che inizi a sorridere.
Fino ad ora è rimasta sulla poltrona, io sul divano. Adesso viene a sedersi vicino a me. Mi vien voglia di fumare ma non ho il coraggio di chiedere se posso farlo. Lo trovo.
«Posso fumare?»
«Non vicino ai quadri, per favore.»
Avevo già tirato fuori il pacchetto, lo rimetto in tasca. Come non detto.
«Credo» dice lei, «credo proprio di aver bisogno di lei.»
«Di me? E come?» faccio io scettico.
«Se vieni di là con me, adesso te lo spiego.»

Guardo l’ora. Le cinque e venti. Dovrei tornare al lavoro. Ma è questo il bello di non avere un ufficio. Nessun cartellino da timbrare, nessun capo che ti dice cosa fare, nessuna macchinetta del caffè da adorare.
«Certo» le rispondo zuccherino. Mi alzo e la seguo.
E l’aria che si lascia dietro mi fa sognare dei bei ricordi.

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