Ep. 7 – L’anziana

Dio mio che nome di merda. È la vecchia – scusate, anziana signora, – seduta dietro, con quel cellulare grande come la sua faccia. Squillacioti, ha detto di chiamarsi. Sono Squillacioti, mi passa Briatore? Me l’ha urlato nell’orecchio che sembrava un’aquila. Ora, due sono i motivi: o credeva di suscitare in me una punta d’invidia, o voleva mandarci tutti e due al creatore. Sì perché mi sono girato, pensavo stesse male. Pensavo di aver preso una buca con dentro una sirena, un gatto castrato, un fischietto per cani da caccia. Invece era solo la vecchia. Mi sono girato e l’ho guardata come se con gli occhi potessi incenerirla. Qualche volta mi piacerebbe avere questo potere. Agli ingorghi, per esempio. Come questo qui. Ti fermi e sei costretto, se non a relazionartici, almeno a guardarli, gli altri umani. E vedi sta gente che, aspetta. Sono in largo Cairoli, a destra il castello, a sinistra via Dante, io arrivo da foro Bonaparte, e nella piazza c’è un mini assembramento. C’è un politico che si affaccenda sopra quattro assi messe in modo da elevare il suo grosso culo ad altezza della faccia degli astanti. Non ha la mascherina e, invece di parlare al microfono, invece di accendere così la folla, impugna un cellulare e la inquadra. Che, a voler ben vedere, proprio folla non è, diciamo che si sono ammassati dentro l’inquadratura, il resto è spazio vuoto.

La vecchia mette giù, riesco a cambiare rotta e aggirare il cumulo umano, lei tira fuori dalla borsa… una macchina da scrivere? No, è solo una tastiera fatta a imitazione di una macchina da scrivere antica, anni Trenta. E uno di quei cosi, come si chiamano, tablet. Lo piazza in una fessura della tastiera a mo’ di carta nel rullo, e inizia a battere i tasti. Non riesco a vedere lo schermo ma immagino che, in quel modo, stia scrivendo sul tablet.
Deve accorgersi del mio sguardo stranito, perché mi spiega che funziona col blutussss, la lingua tra i denti per dire ssssss.

«Quanto viene quella roba?» le chiedo gioviale.
«Un po’» dice lei, che tradotto viene: Non è roba per te, di cosa ti immischi, poveraccio? O almeno io lo traduco così.
«E quanto?» se vuole anche scoreggiarmi in faccia, faccia pure.
«Sui 400» dice, con disinteresse.
Questa gente qui un po’ la conosco. Con il mio lavoro, sapete. Questa gente qui lo sa se ha pagato. Questa gente qui anche i 90 centesimi che ha pagato sa. Però sui quattrocènto, ti dice, con la e così aperta che potrebbe atterrarci sopra un jet.
Il volante mi sobbalza tra le mani, quella batte la testa sul tettuccio morbido e caccia un urlo, io sghignazzo tra me e me. La mia macchina è superiore, lo sapete, non sobbalza neanche sul sagrato del Duomo.

«Stia attento, no?»
«Scusi» dico facendo un cenno verso il retrovisore, «strada dissestata.»
Rallento, è arrivata. Un filippino la sta aspettando sul marciapiede con quello che potrebbe essere il figlio di lei, o suo nipote. È in sedia a rotelle e agita la mano, un rigagnolo di saliva sul mento, gli occhi ognuno per i fatti loro. E allora mi sento uno stronzo. Perché non ve l’ho detto ma gliene ho tirate tante, a questa vecchia che, difficile abbiano già fatto effetto, ma di certo non l’hanno aiutata. Allora scendo dalla macchina insieme alla donna. C’è un bel sole, la gente va in giro con la mascherina sul gomito o sul mento oppure calata sulla bocca, con il naso fuori. Il filippino la indossa nel modo corretto, Massimo, così lo sento chiamare dalla donna, lui non ce l’ha. Allora mi avvicino, avrà quattordici anni e sua madre, non può che essere sua madre, non ne avrà più di cinquanta, me lo dicono i suoi occhi che brillano di amore per lui. La donna ha un sorriso che non è stanco di quella situazione, è un sorriso che a quella sfiga risponde mostrandosi ancora più forte e brillante. E mi scappa una lacrima. Me la asciugo in un lampo, girandomi, ma il filippino mi ha visto, mi ha visto perché quando mi giro di nuovo mi sta sorridendo.


«Quanto le devo?» mi fa la signora.
Io guardo Massimo e provo a imitare uno di quei bellissimi sorrisi di sua madre, ma non sono bravo come lei.
«Siamo a posto così» le dico.
«Oh, non dica sciocchezze.»
Ma io non ne voglio sapere.
«Lasci che almeno le offra una birra, un caffè…»
Io la guardo incerto, a sentire la parola caffè la mano mi è andata subito al pacchetto di Camel. Ma, che ci posso fare, lo sapete: offritemi un caffè e sarò vostro amico.
«Non vedo bar, qui intorno…» butto lì a caso, siamo in via Vincenzo Monti, c’è un bar a ogni isolato.
La donna mi sorride. «Se ha tempo, può salire da noi.»
Mi sono sentito risucchiare. Un salto nell’iperspazio. Una dimensione parallela, sconosciuta. Io? In una casa in via Vincenzo Monti?
Accetto, ma solo per vantarmi con gli amici. E per raccontarvi com’è andata, ovviamente.
Il cancello è aperto, il portinaio a momenti si inchina. Io passo impettito, come un principe con un regno in affitto.

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