Ep 6 – Un cane marrone

Di solito non li lascio salire, i cani, perché lasciano i peli sui sedili e puzzano. Provate a chiedere, non sono tanti i tassisti che li fanno salire. Stamattina, però, quella ragazza mi ha fatto pena. L’ho trovata in lacrime abbracciata a una donna più grande di lei, poteva essere sua madre, con un cane marrone scuro al guinzaglio, un cagnone molto peloso.
Quando mi vede, la tizia alza la mano, Barona come New York: ehi, taxi!
Freno e le faccio no con il dito indicando la bestiola, poi vedo la sua espressione disperata, mi fa pena e la faccio entrare, senza troppe domande. Lei saluta la madre e mi dice dove vuole andare; non è tanto lontano, poteva andarci a piedi ma si vede che è sconvolta. Io non chiedo niente, lo sapete che non chiedere è la mia filosofia. È lei che ha iniziato.
«Un’estate strana questa.»
Mi sembrava una considerazione piuttosto ovvia, ma non ho detto niente, non ho commentato e nemmeno risposto. Sarebbe arrivata da sola la spiegazione. E infatti: «Stavo portando il cane fuori» mi dice.
Poi fa una pausa.
Cosa devo fare, dirle qualcosa tipo deve avere un caldo fottuto con tutto quel pelo addosso? Nel dubbio rimango zitto. Ho imparato a stare zitto. È la soluzione a un mucchio di problemi, nella vita, e un mio modo per evitare disagi. Rodato e molto economico.

Un cretino mi taglia la strada, poi si ferma qualche metro dopo, in mezzo alla strada. Dopo il Covid la gente ha disimparato a guidare. Non che prima sapessero farlo, ma adesso, Cristo santo, sembrano tanti zombie neopatentati che vagano a zig zag e si fermano dove gli pare. Faccio un gesto al cretino ma lo faccio coperto dal sedile, non voglio urtare i nervi già tesi della cliente canina.
«Mi è successa una cosa troppo strana» dice.
Io annuisco nel retrovisore e lei mi vede, va avanti: «Ho incontrato questa donna che mi chiede se il cane morde.»
Meno male che non le ho chiesto se era sua madre.
«Come si chiama il cane?» chiedo invece, e non so nemmeno io perché. Non me ne frega un cazzo di come si chiama quel muflone puzzolente. L’ho detto che odora di cane sudato? È il minimo per un cane, sapere di cane, certo. Ma io un cane non ce l’ho e non ne ho mai voluto uno. Portarlo fuori cinque volte al giorno, spendere un capitale per il mangiare e il veterinario. Al diavolo. Il migliore amico di che?
«Si chiama Sparta.»
«Ah, è una femmina!» dico io.
«No. Un maschio» mi risponde come se fosse ovvio e io un coglione.
Era meglio tacere, lo sapevo.
«La signora mi chiede se si può accarezzare» dice tra un singhiozzo e l’altro, «il cane. E io le dico… sic… le dico sì.»
Un’altra pausa. La guardo nello specchietto, ancora piange e butta qualche occhiata al suo cane, occhiate piene di amore le sue. C’è più amore in uno qualsiasi di quegli sguardi che nel più appassionato che la mia ex-moglie, in venticinque anni, abbia mai rivolto a me. Pazienza. Aspettiamo. Le porgo la scatola di veline, la mia macchina si è ormai trasformata in uno studio di psicanalisi a basso costo. Lo cos, come dicono i ragazzi adesso.
Sono spazientito dalla lentezza della ragazza, quasi quasi mi accendo della musica. Non c’è manco una radiocronaca. Che tengo il Milan già lo sapete. Lo sapete, giusto?
«E lo accarezza» dice la ragazza (alleluia!). «Poi… poi si mette a piangere. La guardo e le chiedo con gli occhi perché piange e lei dice mi scusi ma ho perso il cane due anni fa, è morto, e ancora non ce la faccio ad elaborare.»
La mia faccia si scalda e le mani mi prudono. Due anni? Ehi, signora, due anni? Dico, ha presente il 2020? Nessun effetto su di lei?
«E sa che ho fatto?» mi chiede la ragazza. E io, ormai lo sapete, taccio. «Mi sono messa a piangere anch’io! E alla fine ero abbracciata a una sconosciuta a piangere per un cane che non conosco. Proprio strana quest’estate.»

Mi fermo, accosto. Sono tredici euro. Ecco a lei, grazie per avermi fatto salire col cane. Scende e la guardo col suo cagnetto in braccio allontanarsi dondolando le chiappe.
E, sapete che non sono un sentimentale, eppure mi è scesa una lacrima. Ma quella è mia moglie, lo so che è colpa sua.

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