Ep. 5 – Funerali e scambisti

Sia chiaro, non sono uno di quei bacchettoni che davanti alla televisione sbraitano vedendo… insomma, non sto a spiegarvi. Non lo sono e basta. Per me sei libero di fare ciò che ti pare, basta che non mi pesti i piedi e che non fai male ai più deboli. Non è che non li tolleri. È che non li capisco. Come fai a prestare tua moglie a… Un momento, aspettate che vi racconto.
Con questo cazzo di virus, in giro non c’è più nessuno, lo sapete. C’è il negretto in bicicletta che porta da mangiare, c’è il camion dell’Esselunga che fa finta di portarti la spesa – provate a ordinarla, e capirete di cosa parlo – c’è il poliziotto che ferma i colpevoli, e qualche simpatico vecchietto che non ha capito niente ed esce due volte al giorno per compare il pane, la mattina, e il vino al pomeriggio. Poverini, dici, senza vino è vero che non c’è vita di questi tempi. Ma provate con la birra!
Poi ci siamo noi, gli eroi di terza classe, quelli di cui nessuno parla perché a nessuno frega un cazzo. Esci solo perché in casa non hai voglia di stare e perché il tuo – il taxi – è un bene di prima necessità. Solo che se in giro non c’è nessuno e nessuno neanche dovrebbe starci, sul taxi non ci sale nessuno e tu sei uscito per niente. Perciò esco in taxi per non stare a casa, ma di clienti neanche l’ombra. Facile da capire.
Quando c’era ancora la vita, i week end erano al 90% piovosi. Adesso che c’è il virus e bisogna stare a casa, ci sono solo giornate limpide e piene di sole, anche qui a Milano. Ma non un sole così, tanto per dire. Un sole che spacca le pietre, di quelli che hai voglia di buttarti in mare e se il mare non c’è ti accontenteresti di un parco per fare un pic-nic. Allora io mi faccio dei giri, vado a salutare il bar di Giulio che tanto è chiuso e non c’è nessuno, vago per la città vuota e silenziosa e respiro aria che sembra quella dello Stelvio, da tanto è pulita. Poi, verso le 16 e 30, vado al cimitero di Lambrate a farmi un sonnellino sotto i cipressi. C’è un parcheggio, ed è più o meno sempre vuoto. Ti metti lì, leggi qualcosa, e ti fai una pennichella.
Ma adesso so che nello stesso posto dove io tranquillo mi godo il riposo, dalle undici, undici e mezzo di sera inizia lo show. Gli scambisti. Come faccio a saperlo? Adesso ve lo spiego.

Sono lì a farmi un pisolino. È tranquillo, come vi ho detto, c’è ombra e in questi giorni si sta da Dio. E si vede che il sonno chiama sonno, non so, perché alle otto e mezzo sono ancora lì. Non è ancora buio, ma inizio ad aver fame. Accendo il motore e vedo arrivare questa macchina nera. Grande, station wagon. Passa oltre la mia e si ferma nel parcheggio. Spengo la macchina. Non so se la stessero seguendo, credo di sì, perché neanche mezzo minuto dopo arrivano cinque o sei macchine. Si parcheggiano, escono una trentina di persone, che a fare i conti non so come siano riusciti a starci tutti in cinque macchine. Hanno tratti sudamericani, circondano la station wagon e stanno fermi in piedi, in silenzio.
Fino ad ora ho seguito tutto sul mio retrovisore, ma adesso scendo perché mi piace farmi i fatti altrui e tirar sera, capite, tirar sera è uno sport estremo di questi tempi. Scendo e mi appoggio a un albero che dovrebbe nascondermi, almeno in parte, alla vista dei latinos, anche se sono tutti voltati verso la macchina.
Si apre il baule e tirano fuori una cosa che attira l’attenzione di tutti: una bara. Dal baule! La cosa si fa losca: interessante! Mi nascondo meglio e mi metto comodo, c’è un cespuglio di erbacce e mi accuccio dietro. Aprono la bara e intravedo la testa bianca del morto. Avrà avuto un centinaio d’anni, certi baffoni bianchi.
I latinos stanno sempre lì fermi, qualcuno blatera qualcosa, qualcuno piange, due persone sono rimaste in macchina e uno lo riconosco. Sapete chi è? Ma sì, avete indovinato. È Pompeo, il beccamorto che ho caricato quella volta.
Poi – zac – di colpo, spariscono tutti. Roba di un secondo, neanche un cambio gomme Ferrari. La bara dentro, latinos in macchina, baule chiuso. Quando le altre macchine sono sparite, la station wagon si incammina verso il cimitero e sparisce dentro i cancelli. Ma che roba losca è questa? Mai visto niente di simile.
Mi frugo in tasca. Ho ancora quel biglietto da visita? Certo che no. L’ho buttato: porta sfiga avere il numero di un beccamorto in tasca. Perché, voi l’avreste tenuto? Tocca aspettarlo qui, se voglio sapere che diavoleria hanno fatto. Cos’è, un rito satanico? Non ho visto capretti sgozzati né vergini possedute. Dev’essere…
 “Un funerale clandestino”, mi spiega il signor Pompeo quando lo fermo all’uscita. Mi riconosce ed è sorridente. Gli chiedo cosa stavano facendo, e lo faccio subito perché sta venendo buio e, non so voi, ma io a rimanere al buio in un cimitero non ci tengo affatto. Capace che mi escono davvero i satanisti a dissotterrare qualcuno. O uno zombie, magari. Quando lo dico a Pompeo, lui ride: “Al massimo la scambiano per un single guardone”.
Io lo guardo confuso, come a dire di cosa stai parlando?
Lui mi spiega con una certa pazienza, mentre il suo collega scende a fumare una sigaretta. Ne accendo una anch’io e la offro a Pompeo. Accetta, e fumiamo insieme.
«Adesso, con le restrizioni e tutto il resto» mi dice, «manco i funerali si possono fare più. Allora, ecco quello che hai visto… come ti chiami?»
«Aldo» gli dico. «E tu?»
«Claudio. Piacere.»
Ci tocchiamo i gomiti – stretta di mano da coronavirus – poi la mia, di mano, la metto in tasca, voi sapete a far cosa.
Mi dice che aprono la bara, i latinos fanno le loro preghiere, baciano il morto e quelle cose lì, poi in fretta e furia spariscono e chi s’è visto s’è visto. Mille euro, anticipate. Lo fanno a quest’ora perché poi qui diventa un puttanaio.
E a questo punto la mia curiosità ha un guizzo. «Cioè?» chiedo.
«Aspetta e vedrai» mi dice Claudio.
«Ma non è rischioso rimanere qui?»
«Ma va’, qui tra poco si riempie di guardoni.»
Prima di andarsene mi dà il suo biglietto da visita. Ci risiamo. Grazie, tanto lo butto. «Così una sera, se ti va, quando tutto il macello sarà finito, ci andiamo a mangiare una pizza.»
Lo guardo forse tradendo il ridere che mi provoca la sua proposta. Schiacciano le sigarette per terra e lì le lasciano, mi salutano, salgono in macchina e se ne vanno. «È per le undici!» mi urla dal finestrino. «Alle undici inizia il circo!»
Guardo l’ora, mancano tre ore, e visto che ho i crampi allo stomaco vado a farmi una salamella. Inutile dire che non trovo nessun baracchino aperto. Così, per riuscire a sfangarla, mi tocca fare la fila alla Coop aperta 24 ore su 24 e mettere insieme un paio di panini alla mortadella e una birretta.
Quando arrivo al cimitero, poco prima delle undici, non c’è nessuno. Ma tempo dieci minuti e vicino al mio taxi ci sono già tre macchine parcheggiate. Uomini. Soli.
Poi arrivano le coppie.
Automobili di ogni tipo, anche di lusso, scivolano avanti e indietro. Si incrociano, si girano attorno, si studiano, si annusano come tanti animali da monta. I passeggeri guardano quelli delle altre macchine, si scelgono. A un certo punto una donna scende da una macchina e sale su un’altra, e dall’altra salta fuori un’altra donna e entra nell’auto da cui è uscita la prima. Da una Mini esce una coppia e sale su una Skoda. Due single escono dalle auto vicine alla mia e si lanciano su un suv, c’è una donna sola. Guardo il vicino alla destra della mia auto, si sta agitando tutto guardando una coppia che si è appartata in auto di fianco alla sua. Dev’essere prassi, qui, dev’essere accettato se non incoraggiato. C’è una parola francese per definirlo, ma io lo chiamo così. Guardonismo.
Una Mercedes si ferma a sinistra del mio taxi, ci sono dentro un uomo e una donna. Esce la donna e ne entra un’altra che subito scompare sotto l’uomo; lui rimane seduto e io… be’, ragazzi, sto facendo la figura del guardone! Quello alla mia destra si sporge per vedere la coppia alla mia sinistra, e io scopro di averne abbastanza. Prenditi il mio posto, se vuoi vedere meglio. Tanto me ne vado.

E tornando a casa, percorrendo strade vuote e poco illuminate, mi chiedo se con il virus in giro tutto questo è permesso, se è responsabile. Se lo ritengono intelligente. E poi, sarà la fame che mi fa straparlare, inizio a farmi altre domande, ad appioppare a quell’attività una serie di aggettivi e a chiedermi di volta in volta se quell’attività, lo scambismo, corrisponde davvero a quell’aggettivo. È intelligente, mi chiedo, è rischioso, è morale, è appagante? Mi domando se non sia meglio amare una donna, una donna sola, la tua, per amarle tutte quante. Hai bisogno di ficcare l’uccello in ogni femmina disponibile? Se hai bisogno di cambiare aria non sarà che stai con la persona sbagliata? Se fossi un animale andresti con altri animali della tua specie per procreare, come l’istinto primordiale detta, anche all’essere umano. Perché hai bisogno di ficcare l’uccello a destra e manca per sentirti uomo?
Ma adesso basta, mi sto facendo sentimentale e patetico. Penso con tenerezza a quell’uomo che mi diceva di aver ritrovato l’amore per sua moglie grazie alla detenzione forzata in casa per il virus. Penso alla mia ex moglie, che mi prepara ancora la verdura cotta perché sa che mi fa bene. Alle sue dita che raccolgono la verdura rimasta sul cucchiaio e la spingono delicatamente nel tupperware. E penso che anche se non stiamo più insieme qualche volta mi piacerebbe abbracciarla.

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